HogwartsH gdr - Forum di Supporto

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19 anni dopo... , tutto quello che potrebbe accadere se..
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Il CORRISPONDENTE - DOGANIERE -
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Ahahaha

-----

Al citofono:

Driiiinnnnn

Johannes: - chi è? -
Chouzette : - Jo! siamo noi!! -
Johannes: - In questa casa non c'è nessuno ... -

Alle sue spalle

Raiky: - JO! - urlato
Johannes: - va bene, sali... -

Trrr
si apre il portone

------------------------------ Fine ---------------------------

Magnifico !!

CORRISPONDENTE per la DEA

" Quella non è grandine De Serpos, è polistirolo"


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L'occhio dell'Acero

L'inciampante Epoca Vittoriana

Il mio Caleidoscopio:

- Rinata che paga il commercialista.

" La guerra non decide chi ha ragione, decide chi rimane."

"Ti ho sempre detto di non discutere con un imbecille, ti porta al suo livello e ti batte con l'esperienza "
- A volte sono simpatico, peccato che non sia questa -

- Nei nostri cuori l'amore continua a parlare dolcemente fino alla disperazione e continua ad ambulare nel sonno oltre la speranza .Tutto è perduto in questa guerra e tutto ciò che possiamo fare è lamentarci e piangere della canzone più triste -

"Hält sie galantlich fern."
 
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DEA

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però devi specificare che dopo l'aver detto non c'è nessuno DS attacca e solo dopo insistenza torna al citofono e dice di salire XD

[Rose]:Non hai visto la targhetta sul Tassorosso con gli occhi viola? Quella con scritto "proprietà privata?"rayki1




Gioco di narrazione su Hogwarts
Miei personaggi: Cherry L. Lourans, Rayki Chouzette e Minerva Sharasièl, Kassie-Faye De couté, Hyacinte Hercules Strefford
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image


Come eravamo giunti a tanto, mia piccola, cosa preziosa?....
Tu mi hai affamato, e poi sfinito.
Ma ogni cosa che ho fatto, io l’ho fatta per te.
Non avevo mai mosso le stelle per nessun altro prima.
Perché posso esistere senza la luce del sole.
Posso amare anche se il mio cuore non batte.
E posso vivere, vivere solo per vederti morire.

...un piccolo ricordo della vita di Rose nel mio cuore...



Rayki indossava ancora il pigiama con il quale veniva a dormire, a pinguini.
La prima volta che glielo vidi addosso pensai che stesse scherzando, quando si infilò a letto mi resi conto che non c’era niente da ridere.
-Un futuro con De Serpos-






 
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Altro Cross. Avevo iniziato a scriverlo per Natale, ma non sono riuscita a finirlo. Dopo quello che è successo lunedì mattina io e i miei pg ci sentivamo un po' malinconici e così l'abbiamo terminato.
Ovviamente auguro alla ragazza un futuro molto migliore di questo ^^


QUELLO CHE NON HO MAI DETTO

Mi soffermai davanti ad un altro quadro. Un dipinto ad olio di un verdeggiante lago in qualche campagna dispersa semi sconosciuta… O forse esisteva davvero solo nella mente del pittore.
Lanciai un’occhiata ad Ottavia che stava finendo di parlare con un cliente.
Lei ignorò il mio sguardo di rimprovero, ma, finalmente, si decise a chiudere la porta della galleria a chiave, più o meno un’ora e mezza dopo l’orario ufficiale.
Mi avvicinai a lei.
“Cross, davvero ho da fare…” Ripetè per l’ennesima volta da quando ero arrivato, ma stavolta non ero disposto a mollare.
“ Certo che hai da fare: cena! Sai che ore sono?” Le ricordai sventolandole sotto il naso il mio orologio da polso e indicandole l’antico orologio appeso alla parete.
Lei ignorò entrambi.
“Devo completare i contratti per l’acquisto di due quadri, visionare gli accordi di vendita per quella statua laggiù, organizzare la mostra di Jacob e pianificare gli eventi per il prossimo anno. La cena non è sulla mia agenda.” Replicò tirando fuori un fascio di fogli tali da far impallidire la Divina Commedia.
Estrassi la bacchetta e li feci evanescere.
“Tu vieni a cena!” Dichiarai guardandola deciso.
“Io. devo. lavorare! – replicò con lo stesso tono - E fai immediatamente ricomparire quei fogli!”
“NO! Ottavia, ti sei seppellita qui dentro! Non puoi vivere solo per lavorare, ci sono anche altre cose!”
Rimanemmo a fronteggiarci per qualche istante.
“Cross, ho da fare. Questo posto è mio, l’ho costruito io con fatica e dedizione, non posso abbandonarlo. Non ti rendi neanche conto di cosa voglia dire mandare avanti una galleria.” Cercò di spiegarmi come se fossi un ragazzino deficiente.
“Io so solo che arrivi qui all’alba e ci stai fino a notte fonda. Non puoi andare avanti così. Non ti si vede più, non esci più, non vedi più nessuno, non parli con nessuno…” Le feci presente.
“Che esagerato, passo le giornate a vedere gente, devo sempre presenziare alle mostre, essere aggiornata sulle tendenze…”
“Sì, ma quando è stata l’ultima volta che l’hai fatto per divertimento e non per lavoro?” Le chiesi ironico.
“Cross, io amo il mio lavoro! Lo trovo divertente!”
“No, tu lo trovi un rifugio!” Ribattei sempre più irritato.
Si alzò di scatto.
“Non dire sciocchezze e fai ricomparire i miei fogli!” Ordinò dirigendosi verso l’altra sala.
“Ottavia, non sei l’unica donna divorziata del mondo! E’ normale sentirsi a terra, è normale il senso di fallimento, è normale cercare conforto nei nostri successi, ma non puoi seppellirti qua dentro! Se non esci non ti passerà mai.” Io non volevo toccare quel tasto, ma mi ci aveva praticamente obbligato. E non avevo altri argomenti per smuoverla.
“Oh, abbiamo un consulente post matrimoniale! – ironizzò – Non mi risulta che tu sia divorziato in quanto neanche sposato… Oppure hai fatto esperienze con tutte le ex mogli che hai consolato?”
M’irrigidii e lei si rese conto di aver parlato troppo prima ancora di finire la frase.
Distogliemmo entrambi lo sguardo concentrandoci su qualche altra cosa.
Avevo esagerato io, aveva esagerato lei. Parità e pace fatta.
Era vero che non avevo mai avuto una compagna stabile e che spesso avevo consolato donne separate o divorziate, del resto non potevo avere quello che desideravo e mi accontentavo di altre cose.
“Mi dispiace…” Mormorò.
“Anche a m… Se vieni a cena ti perdono.” Risposi guardandola di nuovo deciso.
Sospirò replicando con un’occhiataccia.
“E tutto quello che ho da fare, lo fai tu?” Chiese ironica tentando un’altra strada.
“D’accordo.” Avrei acconsentito a qualunque cosa, pur di tirarla fuori da lì.
Alzò un sopracciglio.
“Davvero – continuai – vieni a cena, per un’ora, poi ti aiuto io a fare tutto il lavoro che lasci indietro. Sto qui fino a domani mattina se c’è bisogno,ti faccio da schiavetto personale, ma adesso, ti prego, andiamo a mangiare. Per bene!” Specificai prima che saltasse fuori con proposte take away o fast food.
Si arrese e dentro di me gridai vittoria: non era mica facile spuntarla con Ottavia Vireland.
“Un’ora.- precisò - Dove andiamo?” Chiese infilandosi il cappotto e spegnendo le luci.
“Da Strefford.” Replicai.
“E per una cena tra amici tu prenoti in un ristorante di lusso?”
Il suo sguardo severo e puntiglioso mi trapassò per l’ennesima volta.
Ochepalle.
“Prenoto dove si mangia bene e dove mangio di solito. – sospirai – Preferisci una pizza?” Qualunque cosa purché passasse una serata decente e staccasse la spina. Avrei mangiato perfino in una bettola d’infimo ordine se me l’avesse chiesto.
“No, sei tu l’invitante, va benissimo dove hai scelto.” Oh, che allegria. Sorvolai, me la stava solo facendo pagare per averla costretta a cedere.
Hyacinthe ci aveva riservato un tavolo discreto e piuttosto appartato e sperai che questo aiutasse Ottavia a rilassarsi un po’.
Rimase un po’ a scherzare con noi, poi ci lasciò al menù, non senza qualche sapiente consiglio.
Dopo le ordinazioni riuscimmo a parlare in maniera più civile. Visto che era il suo argomento preferito, le chiesi del suo lavoro, delle nuove tendenze, di artisti emergenti e così via. Non che io ne capissi qualcosa, si fosse trattato di musica e teatro avrei potuto essere una controparte più brillante, ma le arti figurative erano un terreno dove tutto il mio dire si limitava al ‘mi piace, non mi piace’. Così, all’inizio fu una discussione un po’ stentata e artefatta, ma per fortuna, piano piano Ottavia si sciolse accalorandosi sulle cose che le piacevano di più. Lentamente scivolammo su altri argomenti, attualità, musica (e qui fui io a tenere banco con le novità), cronaca, vecchi ricordi e così via, evitando accuratamente qualunque cosa la rimandasse al suo recente divorzio.
In un attimo di pausa si guardò in giro, mentre io ripulivo l’aragosta blu brillante, una delle specialità della casa.
“Non mi sento molto a mio agio qui dentro. – constatò - Non mi hai fatto dare nemmeno una sistemata e indosso lo stesso vestito che avevo a lavoro.”
Evitai di replicare che era solo colpa sua e che se mi avesse dato ascolto prima, magari poteva cambiarsi, sistemarsi e fare tutto quello che voleva.
“Se vuoi chiedo a Sagan di aprire la sua boutique e vai a sceglierti i vestiti che vuoi. Sono sicuro che per te si alzerebbe anche alle quattro di notte” Proposi.
Sagan aveva un debole per la mia amica, su di lei qualsiasi vestito sembrava un’opera di alta moda. Cioè, tutte le creazioni di Kast erano di alta moda, ma su di lei risplendevano ancor di più. Ritenni, in ogni caso, che non ne avesse bisogno: Ottavia sarebbe stata bella ed elegante anche in tuta da ginnastica.
Scosse la testa.
“Fa niente. Tanto abbiamo finito. Abbiamo finito, giusto?”
Cioè, voleva davvero correre di nuovo a lavoro? Mi concedeva davvero solo un’ora striminzita e risicata?
“Veramente manca il dolce.” Non si finiva di cenare senza dolce! Soprattutto se si cenava da Strefford! E poi era una scusa buona per trattenerla altri 5 minuti.
Alzò gli occhi al cielo, forse davvero spazientita, forse con il solo scopo di farmi pesare la cena. In ogni caso si concesse un dolcetto anche lei. Quando voleva sapeva essere ragionevole.
Alla fine non rimase altro da fare. Salutammo il nostro ex compagno di scuola e uscimmo in strada. Chiamai la carrozza mentre morbidi fiocchi di neve iniziavano a venire giù.
“Avremo un Natale bianco!” esclamai felice.
Ottavia mi concesse un sorriso. Il primo della serata. Wow, stava invecchiando lei o stavo migliorando io, perché in genere rimaneva arrabbiata molto più a lungo. O magari Hyacinthe aveva aggiunto qualcosa nella cena, era sempre stato abile a creare cose che modificassero gli stati d’animo delle persone.
“Cosa fai a Natale?” Chiesi mente l’aiutavo a salire.
“La galleria è aperta ad ingresso libero per tutti coloro che vogliono passare un Natale un po’ diverso. Sarò là tutto il pomeriggio, se vuoi passare.” Come a dire di non chiederle niente di niente perché lei non aveva intenzione di uscire da quel posto. Che pazienza che ci voleva…
“No, ti vedrò a colazione.” Replicai guardando il paesaggio.
“A colazione dove?” Chiese lei perplessa.
“A casa mia. Ed è un invito senza possibilità di rifiuto.” Chiarii. Bene, se voleva fare la dura, sarei stato al suo gioco.
“Cross…”
“Hai detto che lavori nel pomeriggio.” Le ricordai prima che tirasse fuori qualunque scusa. “Se non vuoi gente intorno saremo solo io e te, altrimenti pochissimi intimi e nessuno ti farà domande sgradevoli.” Le assicurai.
“Ci penserò.” Promise, più per evitare che insistessi che per reale necessità. Non c’era bisogno di pensare niente, o veniva a fare colazione oppure no. Nel secondo caso, ovviamente, le avrei reso la vita impossibile, anche se in senso buono.
Arrivammo davanti alla galleria e mi alzai per scortarla.
Sembrò piuttosto indecisa e sentii accendersi in me una piccola speranza.
Sospirò e scosse la testa.
“Lasciamo stare, posso farlo domani.”
Sorrisi tra me evitando di far trapelare la soddisfazione e l’accompagnai a casa. Vittoria!
“Guarda che puoi anche sorridere, lo so che stai cantando vittoria come allo stadio.” Mi rimproverò guardandomi storto. Mi lasciai andare ad una risata divertita.
“Mi farò perdonare.” Promisi.
Dal divorzio Ottavia aveva ottenuto la villa in cui viveva con il marito e anche qualche altra cosa, ma aveva preferito vendere l’enorme abitazione e acquistarne una più piccola e discreta in riva ad un lago.
Sul retro aveva una terrazza fantastica che d’inverno si chiudeva permettendole di ammirare il paesaggio anche se fuori c’erano dieci gradi sotto zero.
M’invitò ad entrare per un’ultima tazza di tè. Sul momento ero indeciso, ma alla fine accettai.
Mi ritrovai, dopo qualche minuto, steso su una delle sdraio della terrazza, con una tazza fumante in mano e la neve che decorava il mondo d’immacolate trine. La vista del lago era magnifica.
“Questo posto è magnifico…” Le ripetei per l’ennesima volta. Probabilmente era stanca di sentirmelo dire, ma io non riuscivo a farne a meno. Era calmo, silenzioso, profumato… Proprio come la padrona di casa che sedeva vicino a me, le gambe elegantemente ripiegate sotto la sua vita sottile.
“Sì… vorrei solo riuscire a stare un po’ di più dietro al giardino.” Indicò lo spazio che circondava la casa.
Pochi alberi e arbusti di rose lo decoravano, ma al di là di questi, era costituito quasi esclusivamente da pratino. Niente fiori o composizioni.
“Ci vorrebbe… un giardiniere.” Commentai cambiando in extremis quello che stavo per dire.
“Ci vorrebbe un uomo, puoi anche dirlo se vuoi.” Mi corresse. A volte mi rimproverava di avere troppi riguardi nei suoi confronti.
Bè, volendo un giardiniere era un uomo, ma non sarebbe stata la stessa cosa.
“Se vuoi ti aiuto io…” Mi offrii. Non che fossi esperto di botanica, ma potevo sempre fare da ‘schiavetto’ sotto la sua direzione. Presi una lunga sorsata di liquido ambrato.
“Finiresti per suscitare un sacco di malelingue e io un sacco di gelosie…”
Mi ricordò lei.
Già, a questo non avevo pensato. Non avevo una buona reputazione e, anche se nella zona vivevano principalmente babbani, c’erano comunque alcune famiglie di maghi che mi conoscevano. Avrei messo Ottavia in una brutta situazione.
“Però sono anni che siamo amici.” Tutti sapevano che eravamo solo amici, nessuno avrebbe potuto malignare.
“Sì, ma se ti mostri troppo presente penseranno che stai consolando anche me.” Come tante altre, non lo aveva detto ma era chiaro.
Sinceramente non me ne fregava niente delle male lingue, ma capivo che per Ottavia era diverso. Lei aveva una reputazione da mantenere se voleva continuare con il suo lavoro. Vero che la vita privata era solo affar suo, ma era stupido rischiare di crearle problemi solo per un po’ di giardino. Finii il tè in silenzio.
“Venivo spesso qui… Anzi, vengo ancora spesso… Hai mai avuto problemi?” Era un dubbio che non mi aveva mai sfiorato, ma adesso temevo che la mia presenza invadente e insistente l’avesse già messa in situazioni imbarazzanti.
“Sei mio amico, è normale che tu venga spesso qui. Almeno come hai fatto finora.”
Replicò con tono secco e deciso. Un po’ come dire che, fino ad un certo limite non c’erano problemi, e nessuno poteva venirle a dire niente, e se qualcuno lo avesse fatto, lei lo avrebbe rimesso al su posto. Ma sorpassarlo poteva creare imbarazzo.
“Mi spiace…” Mi scusai. “ Di non avere una buona reputazione, intendo.” Magari se fossi stato un brav’uomo nessuno ci avrebbe visto niente di male, o comunque solo qualcuno particolarmente smaliziato e cattivo.
“Tranquillo, non credo sia colpa tua… Anzi direi che ti viene naturale, che non ne puoi proprio fare a meno.” Finì anche lei la sua tazza, mentre già preparavo una sentita replica. “A volte mi chiedo come mai mi hai risparmiata dalle tue mire, dalla scuola fino ad oggi.” Concluse con un sorriso, scherzando finalmente per la prima volta in tutta la serata.
Non riuscii a replicare con la stessa spontaneità, ma sorrisi ugualmente.
Era vero che con Ottavia non ci avevo mai provato, nonostante ci fossero state svariate occasioni, ma non avrei mai potuto fare una cosa simile.
Si alzò.
“Ti va un biscotto?” Mi chiese un po’ più di buonumore.
“Sì, grazie.” A qualcosa di dolce non dicevo mai di no.
Si allontanò e tornai ai miei pensieri.
C’era una sola risposta alla domanda che mi aveva fatto e ogni volta avevo perso l’occasione per darla. O forse non c’era mai stata, l’occasione per darla.
“E’ perché io di te sono sempre stato innamorato, dalla scuola fino ad oggi.” Mormorai rigirandomi la tazza tra le mani.
Mi accorsi un secondo troppo tardi della sua figura immobile alle spalle della mia poltroncina…


Crosdery Mallife

Una perla di Chiaretta e della sua Cheryl su Aleykos:

"...ho captato energie romantiche. Due piccioni con una fava, Charles! Su… dimmi. Quale è la cosa di cui Katharina VonAbendroth ha più bisogno?"
"Un buon balsamo revitalizzante? " azzardò. Reclinai il capo. Il mio fratellino… lui si che aveva occhio!
"A parte quello Charchar… un uomo! E… quale è la cosa di cui quel menagramo dark di Mortover ha più bisogno?"
"Un buon antirughe?" Beh. In effetti… a furia di storcere il naso era già peggio della griglia del sudo-qualcosa la sua faccia!
"No, sciocchino… anche se certo, l'antirughe gli farebbe bene. Mortover ha bisogno di una donna che gliela dia!"
"La crema?" Oh Merlino.


Un'altra versione del mio ragazzaccio:













 
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Ohhh sempre tenero Cross, Ottavia invece è sempre sull'orlo di una crisi di nervi :P
Splendido, tenero e delicato.
Otty non ha mai un futuro molto semplice... va bene così ;)

CORRISPONDENTE per la DEA

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- A volte sono simpatico, peccato che non sia questa -

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Ancora Cross, lo so, ma ieri ero triste e depressa, la giornata è finita in maniera pessima e come sempre lui è il mio piccolo capro espiatorio.
Per la verità avevo ideato una cosa completamente diversa, ma che proprio non c'incastra niente con questa, solo che, scrivendo, ha preso una strada tutta sua ed è finito così. Tra l'altro penso che sia anche bruttino come racconto, magari leggetevelo in periodi di alta carenza post.
Precisazione: quando Cross dice 'ho difeso il mio amore' intendono i sentimenti, non la persona amata.
E mi scuso con Costy per aver coinvolto un suo pg: giuro non ce l'ho con loro. E' stato un caso ^^


HO DIFESO IL MIO AMORE

“Sì, per me non ci sono problemi, - risposi piatto – vengo volentieri Kast.”
Il mio amico, ormai da una vita, stava facendo l’ennesimo tentativo per tirarmi fuori di casa e farmi tornare a fare vita mondana. Avevo chiuso con quelle cose, ma avevo accettato il suo invito per un tè l’indomani.
“Certo potresti anche fingere un po’ più di entusiasmo…” Mi rimproverò lui sbuffando. Sospirai.
“Sai benissimo che…” Non mi lasciò finire.
“ Sei tu a non sapere che ormai quella storia è morta e sepolta!”
Sapevo che era solo una bugia detta per convincermi. La verità era che quella storia non sarebbe stata dimenticata mai. La storia di come io avessi trascinato la mia famiglia nella vergogna e di come mio fratello Alec aveva cercato di porvi rimedio togliendomi dalla faccia della terra.
Se non ci era riuscito e potevo vivere recluso in quel castello, era solo merito di Andreas. Ancora oggi non sapevo se essergliene grato oppure no.
Non ero un prigioniero, almeno non ufficialmente, ma la verità era che almeno all’inizio, mi avevano consigliato di farmi vedere poco in giro, poi era divenuta una cosa volontaria, un po’ perché ovunque andassi facevo il vuoto intorno, un po’ perché ero io il primo a non voler vedere gente.
Il biasimo, la disapprovazione, la ripugnanza, gli sguardi schifati delle persone arroccate dietro il loro falso perbenismo e moralismo, mi davano la nausea.
Io non potevo evitare di fare ciò che avevo fatto e, alla fine, ero quello che aveva sofferto più di tutti, ma questo al mondo non importava…
Sparito Sagan dal camino, girovagai un po’ per la sala deserta, prima di sprofondare in poltrona.
Passavo le mie giornate così, da solo, esiliato ed ignorato da tutti. Amavo di più la notte. Solo il calar del sole mi era di beneficio.
Sospirai mentre un tuono rotolava vicinissimo. Ormai le tenebre erano giunte anche per quel giorno. Potevo iniziare ad essere felice e a prepararmi.
Uno schianto secco proveniente dal giardino mi fece temere che un fulmine avesse colpito uno degli alberi.
Raggiunsi una delle finestre dell’atrio e guardai fuori, ma l’oscurità e la pioggia scrosciante impedivano di vedere ad un palmo dal vetro. Mi scostai sperando che non si fossero verificati troppi danni. Il giardino era il mio momentaneo passatempo, mi sarebbe spiaciuto se si fosse rovinato.
Ero quasi giunto alla sala per una cena frugale quando squillò il campanello.
Rimasi per un momento pietrificato: mai, in 10 anni, quel campanello aveva suonato. Alec aveva reso la dimora irraggiungibile se non con un incantesimo speciale che solo lui e Andreas avevano e se qualcuno dei miei amici voleva venire a trovarmi, doveva usare metropolvere o passaporte.
Potete quindi immaginare la mia assoluta sorpresa nel ritrovarmi con un visitatore fuori dalla porta. Oltretutto, non fuori dal cancello, ma proprio della porta, il che equivaleva a dire che aveva attraversato un bel tratto di strada sotto quel diluvio senza nessun riparo e superando gli incantesimi anti invasione.
Mi riscossi per andare ad aprire. Quant’anche fossero stati dei malintenzionati non mi sarebbe importato. Vivere o morire non contava più.
“Chi è?” Chiesi con voce ferma e pacata.
“Sono il marchese Johannes Christoph De Serpos. Un fulmine ha colpito la mia carrozza e…“
Non gli lasciai il tempo di finire, sorpreso per quel nome inaspettato, aprii la porta cercando di cogliere le sue reazioni alla mia comparsa.
“Marchese De Serpos, che inaspettata visita…” Sorrisi ironico.
Lui rimase un po’ sconcertato, mentre la pioggia continuava a molestare la sua persona e a scendere in grossi rivoli lungo i suoi abiti.
Dalla sua espressione capii che non mi aveva riconosciuto, ma aveva capito di conoscermi e stava cercando nella memoria a quale nome corrispondesse il mio volto.
Lo invitai ad entrare e avanzò lentamente, come se temesse un attacco. Chiusi la porta senza perderlo di vista e in quel momento riuscì a fare il collegamento.
Notai un leggerissimo sussulto e le sue pupille dilatarsi per la sorpresa, ma nient’altro trapelò dal suo comportamento impeccabile.
“Via, sono sicuro che non vi rimarrà nessun marchio infame dopo quest’incontro. Basterà che non ne parliate e vedrete che nessuno avrà da biasimarvi.” Ironizzai asciugandogli i vestiti con un colpo di bacchetta.
“Qualunque cosa…” Attaccò la sua replica, che immaginai logica, coerente e tesa a salvare la situazione.
Alzai una mano per fermarlo.
“Risparmiatemi spiegazioni inutili, so benissimo qual è il vostro pensiero su di me. Ora, visto che la vostra orribile e ingrata stella vi ha portato fino a me, ditemi cosa è accaduto e cosa… desiderate.” Conclusi, incerto su quale termine usare per indicare cosa volesse da me.
“Un fulmine ha colpito malamente la mia carrozza, non riesco a ripararla con il buio e con la pioggia. L’ho abbandonata sul ciglio della strada e mi sono permesso di far rifugiare i thestral sotto una tettoia lì vicino. Volevo chiedere…” Sembrò in difficoltà.
“Ospitalità- conclusi per lui. – ma trattandosi di me, ritenete che un aiuto sia più che sufficiente, vero?”
Insinuai con un sorriso freddo.
“Credo che mi abbiate ampiamente fatto intendere di non essere un ospite gradito.” Mi rispose lui rigirando il problema dalla mia parte.
M’irrigidii e abbandonai qualunque aria insinuante.
“Sono un duca, - gli ricordai sottolineando il peso del mio titolo rispetto al suo – e conosco perfettamente i doveri di ospitalità e di asilo, soprattutto in una notte come questa, ma ritengo che non ci sia alcun bisogno di smancerie ipocrite e false quando, fino a ieri, era palese che nutrivate nei miei confronti alto disprezzo e poco più. Permettetemi di evitare di fingere che tra noi vi sia profonda amicizia. Sarete mio ospite questa sera e questa notte e potrete star tranquillo che niente e nessuno turberà la vostra persona. Domani mattina sistemeremo la vostra carrozza e potrete ripartire e dimenticare questa terribile avventura. Adesso seguitemi.” Dichiarai senza attendere risposta, personalmente non ritenevo ce ne fossero.
“Vi ringrazio.” Fu tutto quello che era necessario dire.
Mostrai a Johannes la stanza degli ospiti e la stanza da bagno annessa.
“Quando avete fatto potete scendere, tra poco sarà servita la cena. Se temete per voi, queste sono le chiavi delle porte, potete chiudervi dentro.” Ripresi il mio tono insinuante.
“Sono sicuro che non ce ne sarà bisogno. Non credo che verrete meno ai vostri… doveri di ospitalità.” Rispose freddissimo. Gli sorrisi.
“Se non avete domande, vi lascio alle vostre cose.”
Ero certo che non avesse bisogno di niente.
“Una domanda… dove conduce quella porta?” Mi chiese indicando l’unica apertura della stanza che non gli avevo mostrato.
Sbuffai divertito.
“Nelle mie stanze… avete la chiave…”
Non aggiunsi né ‘per chiudere’ né ‘per entrare’, preferendo lasciare il tutto leggermente in sospeso.
Ignorò qualunque velata provocazione e annuì impassibile.
Uscii, pensando che qualche anno prima… o forse, molti anni prima, avrei fatto di tutto per far crollare quell’aria insensibile e indifferente. Adesso non m’importava più.
Tornai al piano di sotto e chiesi all’elfo di preparare una cena decorosa e degna del nostro ospite e mi ritirai sul divano della sala.
Potevo vedere il momento in cui fosse sceso e avrei potuto raggiungerlo per tenergli compagnia come educazione richiedeva.
Attesi, come mi aspettavo, solo pochi minuti prima di dovermi rialzare.
“Noto che gli abiti sono della vostra misura – constatai comparendogli alle spalle e facendolo trasalire – Per domani mattina potrete riavere i vostri in ottime condizioni.” Gli assicurai.
Lo condussi in sala da pranzo invitandolo a sedere.
“Voi non mangiate?” Chiese osservando il suo solo coperto.
“Sono a posto, vi ringrazio.” Risposi sedendomi a distanza conveniente. Già non avevo fame prima, adesso mi era passata totalmente.
Sapevo che spettava a me dare il via alla conversazione, ma onestamente non mi veniva in mente niente che potesse intrattenere il mio ospite.
Stavo perdendo l’abitudine a parlare con altre persone. Sagan me lo avrebbe fatto pesare come un macigno.
Fu lui a rompere il silenzio.
“Non nascondo che la vostra… vicenda, non abbia riscontrato i miei favori, ma vorrei precisare che mi attribuite sentimenti esagerati nei vostri confronti.”
Annuii.
“Va bene, ve ne chiedo scusa.”
“E la vostra ospitalità è ottima.”
“A parte la mia presenza.” Conclusi con un mezzo sorriso.
“Non mettetemi in bocca cose che non ho detto.” Annuii di nuovo.
Invitai il mio ospite a prendere il caffè in biblioteca e stavolta mi unii a lui.
“Ah, marchese, se avete necessità particolari per la notte vi prego di comunicarmele prima, il mio elfo lascerà la casa tra un’ora circa.” Lo avvertii.
“Necessità particolari?” Mi guardò perplesso.
“Tipo prendere il tè alle tre di notte, cose simili per cui potete aver bisogno di un elfo.” Spiegai sotto il suo sguardo perplesso.
“Nessuna necessità grazie.”
Riportai il via libera all’elfo e tornai al mio ospite.
“Rimanete solo qui?” Mi chiese indicando l’intero castello.
“Sì.” Per la verità non era proprio così, ma andava bene lo stesso.
Sembrò colpito.
“Non temete che possa accadervi qualcosa?”
“Se mi accadesse qualcosa forse sarebbe un bene.” Replicai freddo.
“Siete davvero pessimista…” Commentò pensieroso.
“Non dovrei? – gli chiesi onestamente – Quale altra ragione ho per non desiderare di morire?”
“La vita continua, anche quando le persone che ci sono care se ne vanno.”
L’aveva mandato Sagan a tradimento?
“Io non ho perso una persona cara! – ringhiai – Io ho perso l’unica persona che amavo e che potevo amare! Non ha senso che continui a rimanere qui.”
Sapevo che anche nella sua vita c’era stata una perdita importante e il mio discorso dovette pungerlo sul vivo perché s’irrigidì e replicò freddamente
“Dal vostro comportamento non lo si sarebbe detto.”
Mi alzai furioso ma lui sostenne il mio sguardo.
“Dal mio comportamento? Dal vostro più che altro! Cos’avete fatto marchese, quando avete perso la persona che amavate? Avete finto che fosse solo un vostro caro amico! Come tutti gli altri che professano grandi sentimenti, in realtà nel momento del bisogno avete glissato e da bravi ipocriti quali siete tutti, nascondete quello che vi fa schifo sotto il tappeto. Fingete amicizia e rapporti di convenienza per non dar voce alle malelingue, per non avere problemi e mantenere quell’aria di rettitudine che tanto preme al mondo, mentre invece…”
“Si chiama tutelare la persona che si ama.” M’interruppe alzandosi.
“Si chiama RINNEGARE la persona che si ama! Anche io sono concorde nel mantenere le cose segrete, ma fingere o mentire solo per salvare le apparenze… Se uno di noi due l’avesse fatto, ci avrebbe inflitto una ferita che nessuno scandalo poteva egualiare.”
“E cosa avete fatto, invece?” Mi chiese sprezzante e insinuante cercando di farmi ammettere chissà quale colpa.
“HO DIFESO IL MIO AMORE! – replicai irato – E la felicità della persona che amo. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per questo unico motivo. – il mio tono si addolcì.- Sapevo che andavo incontro all’ira e al disgusto dei miei fratelli e del resto del mondo; sapevo che saremmo stati condannati, che il mio cognome ne sarebbe stato infangato e tutto il resto, ma ho deciso di … abbiamo deciso di andare avanti. Essere rinnegati dalla persona che si ama era una cosa che non avremmo mai sopportato. E non lo sopporterei neanche ora. Preferisco vivere qui da solo, preferisco sentire il biasimo di perfetti sconosciuti, piuttosto che guardarmi allo specchio e vergognarmi di me. Vivo da solo perché sono io, ad avere il voltastomaco quando qualcuno mi si avvicina, con le sue ipocrisie e falsità. Tutti che cercano di redimermi, di farmi dire che ho sbagliato, che sono pentito… Non ho sbagliato, non sono pentito. Ho difeso il nostro amore e la sua felicità e continuo a farlo. E lo farò sempre.”
Riposi la tazza sul vassoio e magicamente sparì. De Serpos m’imitò, silenzioso.
“Non volevo mancarvi di rispetto.” Concluse infine. Probabilmente il mio discorso lo aveva colpito e gli aveva offerto un punto di vista diverso da quello che aveva sempre osservato. Forse se avessi fatto quello stesso discorso a tanti altri, anni prima, le cose sarebbero state diverse. Ma non m’importava, non dovevo né difendermi né giustificarmi.
“Lo so. Non è colpa vostra. Andiamo a letto, domani ripartirete e tutto questo diventerà come il ricordo di un brutto sogno.” Gli assicurai.
Lo accompagnai nella sua stanza, gli augurai una buona notte e mi ritirai.
Era passata la mezzanotte, la tempesta imperversava ancora. Avevo perso il momento e l’occasione. Sospirai, non era colpa del mio ospite, non poteva saperlo.

..
Avvolto nelle morbide coperte del grande letto, il marchese non riusciva a prendere sonno. Si sentiva inquieto e non solo per l’ospite che lo aveva accolto o per il discorso che avevano fatto, c’era qualcos’altro.
Si rigirò per l’ennesima volta e notò come, un suo preziosissimo ciondolo, stesse levitando a mezz’aria, diretto verso la porta che separava la sua stanza da quella del duca.
Perplesso ed irritato insieme, scese per recuperare il prezioso orpello, ma prima che potesse raggiungerlo, volò dentro l’altra stanza.
Rimase titubante e indeciso: la porta si era silenziosamente aperta e lui era sicuro di non essersi sbagliato in ciò che aveva visto. Ma entrare così nella camera da letto di qualcun altro?
Possibile che Mallife gli stesse facendo uno scherzo così infantile?
La sospinse leggermente, aspettandosi una risata di scherno e un commento, ma non accadde.
Prese coraggio e s’inoltrò nella camera da letto: quel ciondolo era troppo importante perché potesse farselo portare via in maniera tanto stupida.
Rimase stupito notando che il duca dormiva, la collana continuava a levitare sopra al suo letto. Si avvicinò e in quel mentre una luce bianca si andò addensando sotto e dietro l’oggetto, fino a raggiungere l’aspetto di una figura umana.
Una figura che aveva visto pochissime volte da viva, ma che, dalle foto presenti nella stanza, indovinò essere l’amore che il padrone di casa tanto aveva difeso.
“Spero perdonerete il modo tanto barbaro con cui vi ho attirato qui e che perdonerete a lui la mancata promessa di non essere importunato da alcuno.- disse la figura dolcemente – Non voglio uscire dalla casa, né lasciarlo in questi ultimi minuti.”
“Ultimi minuti?” Chiese il marchese perplesso.
La figura sorrise.
“Non sono un fantasma, relegato in eterno nella sua condizione. Sono la mia memoria e permango in questa terra grazie al suo amore e alla mia volontà. Ma ormai sono debole e presto dovrò lasciarlo.”
L’uomo non sapeva come replicare a quell’affermazione e si limitò ad annuire in silenzio.
“Non è bellissimo?” Commentò la figura sfiorando i capelli dell’addormentato. La dolcezza che trapelava da quel gesto lo colpì quasi con dolore.
“Perché mi avete attirato qui?” Chiese per porre fine a quell’incontro.
La figura sorrise.
“Per affidarvelo.” Rispose quieta.
“A me? “ Chiese stupito. Non avevano appena discusso?
“Siete il più adatto. Avete ascoltato e, quel che è più importante, avete capito. Non posso lasciarlo a soffrire da solo per tutta la vita e i momenti in cui possiamo stare assieme sono sempre più rari e più brevi.”
“Ha altri amici, noi non siamo in buoni rapporti, lo avrete sentito.”
“Sono 10 anni, che cerco la persona più adatta e voi lo siete. Sono sicuro che saprete essere la presenza costante e silenziosa di cui ha bisogno.”
Il marchese sospirò.
“Mi lusinga la vostra scelta, ma perché dovrei farlo? E soprattutto, perché lui dovrebbe accettare?” Aveva dichiarato poco prima che desiderava vivere da solo.
La figura non si scompose.
“Preferisce vivere da solo perché nessuno vuol stare con lui… e voi avete bisogno della stessa cosa. Lui sostiene che ne avete bisogno.” Chiarì.
“Lui chi?” Chiese incerto, timoroso della risposta.
La figura ne sembrò ferita.
“Avete bisogno del nome?”
Non poteva essere vero, la figura stava mentendo per farlo cedere.
Prima che potesse replicare, dall’immagine provennero alcune parole, una frase pronunciata in gran segreto molti anni prima. Fu come una lama che gli trapassasse il petto. Ormai non restavano più dubbi, nell’aldilà si erano incontrati.
“E’ qui?” Chiese con un briciolo di speranza.
La figura scosse la testa.
“Era troppo debole. Ma vi osserva sempre.” Lo rassicurò.
Johannes si avvicinò al letto, sembrava che il duca non fosse minimamente consapevole di cosa avvenisse intorno a lui.
“Mi detesta.” Ripetè.
“Così non me lo porterete via.” Replicò quieta la figura “E sarete un buono stimolo per farlo andare avanti.”
“E se io non volessi?”
“Lo volete.” Gli assicurò.
“No.”
“Dovreste essere più sincero. Se fosse come dite voi non avreste ascoltato, non vi sareste fermato.”
“Semplice curiosità.”
“Che dovete finire di soddisfare.”
Lo guardò furente. Viva o morta, la figura era comunque insopportabile.
“Potrei andarmene e non dire niente.” Gli ricordò.
“Lo direte.”
Si stava irritando davvero e non era disposto a cedere. Non aveva senso: doveva occuparsi di qualcuno che il mondo disprezzava solo perché glielo chiedeva un fantasma o quello che era?
“Non lo farà. Ve l’ho detto, mi disprezza, per cui non vedo perché insistete tanto”
Questo lo faceva sentire al sicuro.
“Perché anche io difendo il mio amore e la sua felicità.”
“Non avete paura che s’innamori di qualcun altro e vi dimentichi?” Era l’ultimo tentativo che gli veniva in mente.
“Se accadesse, sarei felice di lasciarglielo fino alla fine dei suoi giorni. Ve l’ho detto, voglio la sua felicità.”
“E avete anche detto che siete contento di affidarlo a me perché così non ve lo porterò via.” Gli ricordò, lieto di cogliere in fallo quella nuvola fredda e parlante.
“L’amore dopo la morte assume connotazioni sfumate e vaghe. Quando morirà tornerà da me, ma nel frattempo, se troverà ancora un po’ di felicità vicino a qualcuno non potrò che esserne contento. Il mio commento di prima era solo per chiarire che non voglio che siate il mio sostituto. Non vi sto chiedendo di prendere il mio posto, né voglio che lo facciate.”
La figura aveva un pensiero contorto, ma pensò di aver capito.
Il ciondolo levitò fino a lui per poi adagiarsi sulla sua mano tesa.
“Vi ringrazio.” Concluse la figura prima di chinarsi a baciare il dormiente e sparire.
Il marchese rimase per un momento indeciso se voltarsi oppure no, ma alla fine non potè non rimanere incantato dalla dolcezza e dal calore che la figura emanava in quel gesto semplice.
Avvertì l’oscurità attorno a sé, il freddo pavimento sotto i suoi piedi nudi e si affrettò a ritornare nella propria stanza. Forse era stato solo un sogno.

La mattina dopo mi svegliai ancora a terra per il mancato incontro della sera prima.
Quando scesi in basso, De Serpos era immobile davanti alle grandi vetrate che davano sul giardino. Il sole splendeva con rinnovata forza e le gocce di pioggia rifrangevano la luce in milioni di cristalli che decoravano la stanza.
“Mi spiace avervi fatto attendere.” Mi scusai.
Lui scosse la testa.
“Avete un giardino magnifico. Alcuni scorci sembrano dei quadri.”
Non capivo il perché di tali lusinghe, ma forse, semplicemente, lo pensava.
Mi avvicinai e sorrisi.
“Vi ringrazio. E’ il mio attuale passatempo.”
La mia affermazione sembrò stupirlo.
“E’ opera vostra?” Chiese perplesso. Annuii aprendo il portone.
“Pochi minuti e sarà pronta la colazione. Intanto potremmo constatare lo stato della vostra carrozza e vedere il giardino.” Proposi, certo che non vedesse l’ora di lasciare la mia dimora.
Il tragitto attraverso il parco richiese poco tempo, ma il mio ospite sembrò gradire immensamente la scelta delle piante e la loro disposizione.
Giungemmo al cancello, ermeticamente chiuso come era sempre stato. Osservai i due thestral all’interno e la sagoma della carrozza all’esterno.
Era dalla sera prima che quella domanda mi ronzava in testa, ma non ero riuscito a formularla senza risultare sgradevole.
“Come siete entrato?” Chiesi in quel momento, incapace di trattenermi oltre.
“Il cancello era aperto.” Affermò lui leggermente perplesso, non potendo non notare che adesso, invece, era chiuso.
Corrugai la fronte.
“Come siete arrivato qui, in generale?” Chiesi ancora più allarmato. “Questo posto è introvabile, irriproducibile su carte e mappe e nascosto al mondo. Solo i miei fratelli possono arrivare qui dalla strada. Come avete fatto ad arrivare voi?”
Lui scosse la testa, ignorando la risposta.
“Stavo tornando a casa. Non so come sono arrivato qui. Un fulmine ha colpito la mia carrozza, che è sbandata. Sono riuscito a farla trascinare dai thestral fino all’ingresso e ho messo loro al riparo.”
Lo guardai scettico. Lui alzò un sopracciglio infastidito dalla mia mancanza di fiducia.
“La vostra carrozza è a posto.” Gliela indicai: non presentava neanche un graffio.
Avrebbe protestato, se non avesse visto con i suoi occhi che le mie affermazioni erano vere. Si rendeva perfettamente conto che i fatti non collimavano, per quanto potesse insistere.
“Il fantasma… “mormorò tra sé. Ma udii, e divenni di ghiaccio.
“Come avete detto?”
Lui sembrò allarmato, ma si ricompose.
“Questa notte ho avuto un incontro con… il suo fantasma. Da quello che ha detto credo che sia opera sua…”
Aveva parlato con lui? Perché non con me? Perché non mi aveva svegliato? Perché non mi aveva atteso?
Mi sentii offeso e fui pervaso dall’enorme voglia di sbattere fuor di casa De Serpos, thestral e quant’altro.
La mia rabbia dovette leggermisi in viso perché continuò con le spiegazioni.
“Affidarmi a voi?” Ripetei attonito quando arrivò a quel punto.
“Sostiene che … sono adatto. Ho ripetuto più volte che non è così, che non ci avreste creduto e quant’altro, ma quello … spirito, sembrava così sicuro.”
“Adatto…- ripetei ironico – Forse non gli sono chiari i vostri sentimenti nei miei confronti.”
Come poteva ‘affidarmi’ a qualcuno che mi detestava? Se si fosse trattato di un amico avrei potuto capire e sforzarmi, ma lui…
“Vi ripeto che mi dipingete peggiore di quello che non sono.” Sottolineò risentito.
Scossi la testa.
“Non credo che mi consideriate un grane amico, se non sbaglio.”
“No, ma… sono sicuro che siete migliore di tante altre persone.”
Mi chiesi quanto gli costasse ammetterlo.
“Anche se fosse così, perché mai avrebbe organizzato tutto questo?”
“Credo perché vuole che continuiate a vivere.”
Mi spiegò con una sfumatura più dolce.
“Con voi?” Gli chiesi perplesso. Da quando in qua i morti disponevano per i vivi?
“No. Mi ha chiesto di restarti vicino non di diventare chissà cosa per te.”
“Perché dovrei accettare una simile imposizione?”
Scosse le spalle.
“Posso solo dirvi che, di tutte le predizioni che ha fatto, per ora non ce n’è una che non si sia avverata.”
“Predizioni?”
“Ha detto che avrei parlato del mio incontro nonostante avessi minacciato di non farlo, ha detto che potevamo stare vicini e comincio a pensare che sia possibile e… bè, per ora nient’altro. Ma vuole che siate felice ancora prima di morire. Ha detto che quando morirete vi riprenderà, ma che in vita dovrete essere felice e amare ancora.”
“Non direbbe mai una cosa simile.”
Questo chiudeva ogni discussione.
“Sì invece. HA detto che i morti hanno una percezione diversa dell’amore e ha anche detto ‘anche io difendo il nostro amore e la sua felicità’, cioè vostra.”
Non replicai. Mi sentivo svuotato. Quello era un addio e mi sentii come se stesse morendo un’altra volta. Sapevo che sarebbe accaduto, me lo aveva preannunciato, am speravo che si sbagliasse. Forse ci saremmo rivisti, ma i nostri incontri erano ormai contati. Dovevo vivere il resto della vita da solo…
“Duca…”
“Scusatemi. – mormorai – Non sentitevi obbligato dalle parole di uno spirito. Ora, avete fretta di ripartire o avete tempo per la colazione?”
Immaginai che tutta quella storia dovesse sembrargli assurda e allucinante e che non vedesse l’ora di allontanarsi per sempre da casa mia.
“Non ho così fretta…”
Rispose sorprendendomi.
Non lasciai trapelare le mie emozioni e lo precedetti in casa.
“Vi ripeto che non dovete sentirvi in obbligo nei miei confronti.”
“Non lo sono.” Mi assicurò.
Mi voltai a guardarlo mentre salivo i gradini dell’ingresso. Sostenne il mio sguardo, era sincero.
Proseguii per la sala da pranzo.
“Ho solo biscotti e cornetti, non mangio molto, ma … se avete dieci minuti posso cucinare qualcosa di più.”
Era una vita che non cucinavo per qualcuno. Amavo farlo, ma per me solo diveniva deprimente.
Mi concesse un sorriso.
“Ho dieci minuti.” Rispose.

Crosdery Mallife

Una perla di Chiaretta e della sua Cheryl su Aleykos:

"...ho captato energie romantiche. Due piccioni con una fava, Charles! Su… dimmi. Quale è la cosa di cui Katharina VonAbendroth ha più bisogno?"
"Un buon balsamo revitalizzante? " azzardò. Reclinai il capo. Il mio fratellino… lui si che aveva occhio!
"A parte quello Charchar… un uomo! E… quale è la cosa di cui quel menagramo dark di Mortover ha più bisogno?"
"Un buon antirughe?" Beh. In effetti… a furia di storcere il naso era già peggio della griglia del sudo-qualcosa la sua faccia!
"No, sciocchino… anche se certo, l'antirughe gli farebbe bene. Mortover ha bisogno di una donna che gliela dia!"
"La crema?" Oh Merlino.


Un'altra versione del mio ragazzaccio:













 
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view post Posted on 10/6/2009, 22:08Quote
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Primo futuro del mio settimino tontolone che farebbe perdere la pazienza anche ai santi ^^
Dedicato alla nostra Dea preferita (e a chiunque lo apprezzi).
Enjoy it.



MISSIONARI

Il mio turno era terminato ormai da diversi minuti … Era il mio ultimo turno, il mio ultimo giorno lì.
Una volta che ne fossi uscito non sarebbe stato più il mio ufficio, il mio studio. Osservai gli scaffali vuoti e gli scatoloni… Già adesso quel posto non mi apparteneva più.
Sospirai radunando i fogli e alzandomi. Da domani non avrei più visto questo paesaggio, sentito questi rumori e questi odori. Che effetto mi faceva? Non ne ero sicuro.
Potevo paragonarlo a quello che comunemente viene detto ‘lasciare la propria casa’? Scossi la testa. No. Neanche questo, come tutti gli altri luoghi in cui ero vissuto, era diventato ‘casa’. Era semplicemente il posto dove lavoravo, così come il mio appartamento era il posto in cui mangiavo, dormivo, risiedevo… Ma non era una ‘casa’, non avevo mai avuto una casa, né ne avrei mai avuta una.
Rigirai la fedina che avevo al dito… Forse, tanto tempo fa, avrei potuto… Ma non aveva senso interrogarsi su ciò che non era stato, su ciò che non avevo voluto che fosse. Ero un’anima vagante, non avevo un futuro certo e non potevo offrirne ad altri. Lo ero adesso come 20 anni fa a scuola. E adesso come allora compivo le mie scelte in libertà e autonomia, senza vincoli… con niente, con nessuno. Tutti sapevano che non avevo famiglia, che non avevo legami, che non avevo radici.
Anche per quest’avventura, nessuno aveva cercato di dissuadermi, anzi, era sembrato quasi naturale che la scelta ricadesse su uno come me, anziché su un padre di famiglia o un figlio devoto, per quanto nessuno se la fosse sentita di dirmelo.
Mi recai a salutare il primario, l’unico che si era preoccupato di elencarmi i rischi a cui andavo in contro e di mostrarmi quanto fosse, da un lato dispiaciuto, dall’altro orgoglioso della mia scelta.
In uno dei corridoi incontrai Minerva Sharasiel, sorellina del mio ex compagno Raiki, nonché una delle nostre infermiere più brave e più dolci. Le sorrisi senza trovare altro da dirle. In tanti anni avevo imparato che non ci sono parole più o meno giuste per i saluti ed i congedi, la soluzione migliore è accettare la realtà e fingere che un giorno ci rivedremo, che un domani saremo ancora qui.
Proseguii per la mia strada e il suo richiamo mi lasciò così sorpreso da non riuscire a nascondere del tutto il mio stupore.
“Dottor Dalpozzo…” Si era zittita subito dopo, arrossendo e portandosi una mano alla bocca, quasi quelle parole le fossero uscite in maniera del tutto involontaria.
Rimasi in attesa di non sapevo cosa. Purtroppo non avevo idea di cosa volesse dirmi e non potevo neanche aiutarla.
“Io… Quando partirete?” Chiese infine stupendomi ancora un po’. Tutti sapevano che oggi era il mio ultimo giorno.
“Stanotte alle 11. Prenderò l’ultimo aereo qui da Londra.” Le risposi dolcemente.
“Verremo a salutarvi…” Promise incapace di continuare a nascondere l’agitazione.
“Veramente avevo chiesto che non venisse nessuno – le ricordai paziente – ho già salutato tutti, parto tardi e gli addii rendono solo tristi…”
Era quello che pensavo. Preferivo partire da solo, in silenzio.
“Ah… sì…. È vero…- il colore del suo viso iniziava ad allarmarmi – Ecco io… Adesso devo andare… Devo… Buon viaggio Dottore…”
Balbettò allontanandosi velocemente. Aveva imparato a non correre, ma ancora non riusciva a non scappare dalle situazioni che la mettevano in imbarazzo.
Rimasi indeciso se raggiungerla o meno. Era chiaro che la conversazione era finita, però non riuscivo a togliermi dalla testa la sensazione che mi avesse fermato per altri motivi. Alla fine la lasciai andare, tra poche ore sarei stato lontano, non aveva senso smuovere le acque adesso.
Bussai alla porta del primario, anche lui in procinto di lasciare l’ospedale a fine turno.
“Gert, figliolo!” Mi aveva sempre chiamato così, per quanto non ci fossero legami di parentela e la differenza di età tra noi fosse più quella tra nonno e pronipote.
Gli tesi la mano e lui rispose con una presa salda e vigorosa, abbracciandomi subito dopo.
Sospirò, guardandomi negli occhi.
“Vedo nei tuoi occhi sempre la stessa serenità e la stessa ferma decisione. Mi fa piacere, anche se forse volevo una scusa per trattenerti.” Ammise con un sorriso bonario. Risposi allo stesso modo.
“Ci sono molti altri dottori qui.” Gli ricordai.
“Lo so, lo so e non mi lamento. Del resto sapevo bene anche che tu non saresti rimasto.”
Lo guardai sorpreso e lui annuì.
“Sì, hai gli occhi di chi non si accontenta, di chi non smette di cercare, di chi non è mai soddisfatto… Forse però, dovresti cercare dentro, non fuori…”
Corrugai la fronte, perplesso.
Scosse la testa.
“Non posso dirti di più. Se vuoi capire devi sforzarti e arrivarci da solo.”
Avrei voluto replicare, ma davvero non riuscivo a dare un senso alle sue parole.
“Allora. Quando parti?” Mi chiese variando il discorso.
“Stasera alle 23, con l’ultimo aereo da Londra.”
“Aereo? Viaggi sui mezzi babbani? Potresti usare uno dei nostri mezzi, sarebbe più veloce e meno stancante.”
Scossi la testa.
“Preferisco entrare ufficialmente in certi paesi, e poi non ho fretta. Preferisco starmene buono a riflettere. Dopo credo che non avrò molto tempo per farlo.” Scherzai.
Lui invece rimase serio.
“Gerritt ricordati che, agli occhi dei babbani, le nostre missioni non hanno valore, non ti riconosceranno né come medico, né come missionario. Sarai solo un volontario. Cerca al più presto la comunità magica di là e non fare niente finchè non ti avranno spiegato come muoverti, capito?” Annuii.
Lo sapevo bene che i colpi di testa non erano ideali.
“Non bruciano i maghi, ma non li lasciano neanche liberi, è chiaro?”
Mi era stato spiegato nei particolari: cosa avrei dovuto fare, quali rischi correvo e perché, alla fine, ero stato l’unico a proporsi per quel posto.
Rimasi a parlare ancora un po’ poi lo salutai definitivamente.
“Gerritt, prima di andare, c’è una cosa che avrei sempre voluto chiederti: perché porti la fede se non sei sposato?”
Sorrisi.
“Perché il mio cuore è fedele da sempre ad una persona, e questo è l’unico modo che ho trovato per mostrare i miei sentimenti.”
“Così ne allontani altri sai?”
Corrugai la fronte.
“In che senso?”
“Nel senso che ci può essere qualcuno che ti vuole bene ma non ti si avvicina per paura di offenderti o di perderti.”
A questo non avevo mai pensato.
“Ma …” Iniziai pronto a giustificarmi e a chiedergli se avesse mai sentito lamentele a tal proposito. Lui m’interruppe agitando la mano.
“Ormai è tardi… Devi andare e non spetta a me parlare. Ti auguro tutta la fortuna del mondo figliolo. E mi auguro di rivederti.”
Tornai a casa, forse un po’ più triste, ma sempre deciso.
Anche qui scatole e scatoloni. Tutto pronto per un deposito, in attesa che decidessi cosa farne. Il necessario per lavorare sarebbe partito l’indomani, mentre la mia valigia era già pronta, in attesa di essere chiusa.
In Africa avrei ritrovato Marcus, mio ex compagno di scuola, e sperai che fosse rimasto in contatto con qualcuno degli altri. Io avevo tagliato tutti i ponti, o forse si erano tagliati da soli. Avevo rivisto qualcuno in ospedale, qualcuno era stato mio paziente, e in più c’era la piccola Minerva, ma i nostri rapporti si erano sempre fermati a poche banali discussioni tra colleghi.
Misi in valigia alcune foto di scuola per ricordare i vecchi tempi e chiusi tutto. Ero pronto.
Ero anche in anticipo, ma preferivo aspettare all’aeroporto piuttosto che in casa. Non avevo più niente da fare lì.
Guardai per l’ultima volta la città scorrere davanti ai miei occhi, mentre mille ricordi si affollavano alla mia mente.
L’aeroporto era perennemente affollato, perennemente in confusione.
Cercai un posto dove sedermi per poter leggere tranquillo, quando una voce mi chiamò.
“Gerritt!” Mi voltai stupito. Avevo chiesto a tutti di non venire e comunque era davvero presto. Minerva mi correva incontro con i capelli al vento. Rimasi piuttosto sorpreso sia dalla sua irruenza (in genere tendeva a correre nella direzione opposta), sia dal suo tono: erano anni che la invitavo a chiamarmi per nome e non l’aveva mai fatto.
Mi raggiunse ansimando leggermente e stringendo le mani al petto.
Era più carina del solito, constatai stupidamente.
“Gerritt! Non puoi partire! Come farò senza di te?”
Eh??? Ma che stava dicendo? Cosa le era preso così all’improvviso?
“Minerva… Ci sono un sacco di bravissimi dottori e poi la mia partenza era decisa da tempo…”
Era un po’ tardi per avanzare problemi.
Corrugò la fronte in maniera molto elegante.
“Non far finta di non capire! – protestò con insolito risentimento – Sai benissimo a cosa mi riferisco!”
Rimasi a guardarla perplesso: a cosa si riferiva?
Sgranò gli occhi al mio silenzio.
“Non puoi essere così tonto da non capire! Da non aver mai capito!”
Ecco, avevo combinato qualcosa, questo era palese, ma cosa?
“Chouzette! Smettila!”
Eh? Chouzette?
Un’altra Minerva era comparsa tra la folla, un po’ più arruffata e molto, molto, più imbarazzata.
Mi osservò inorridita, spostando poi lo sguardo su sua sorella, infine realizzò la presenza in aumento delle persone che si erano fermate a guardare e, messasi le mani davanti al viso, fuggì in direzione opposta.
Ecco, quella era quella vera.
“Miny?” Esclamò la gemella allarmata pronta a lanciarsi al suo inseguimento.
“Ferma lì – le intimai – La seguo io!” Aveva già causato abbastanza scompiglio.
“Sarebbe anche ora!” Replicò puntigliosa.
La ignorai con un gesto della mano.
“Guardami la valigia!” Gridai prima di sparire tra la folla.
Non fu difficile seguirla. All’inizio mi bastarono gli sguardi perplessi della gente. Poi vidi la sua chioma ondeggiante. Per fortuna non era mai stata una grande atleta, per quanto avesse la strana abitudine di scappare sempre via.
La raggiunsi in pochi balzi afferrandole la mano.
“Minerva!”
Era rossa come un peperone e aveva quasi le lacrime agli occhi.
“Io… io…” Balbettò evitando di guardarmi.
Adesso cominciavo ad avere le idee vagamente più chiare.
“Minerva… Tua sorella ti vuole molto bene, sai?” Pensai che fosse meglio risolvere prima la questione familiare e poi passare a quelle personali.
“Sì lo so – Esclamò agitata – E’ solo che a volte… fa delle sciocchezze e…”
“Sciocchezze?” Sottolineai guardandola dolcemente.
“Sì… cioè no… nel senso…”
“E perché oggi sarebbe venuta fin qui per fare una sciocchezza?”
“Non lo so… cioè… non è una… sciocchezza…”
“No?” Cercai di piegarmi per incrociare il suo sguardo ma senza successo. Alla fine le alzai il viso. Evitò comunque i miei occhi.
Silenzio.
Sospirai.
“E’ venuta fin qui fingendosi te e mi ha chiesto di non partire… Uno scherzo molto cattivo, ti sembra?” Un po’ come il mio. Immaginavo che, se avessi accusato la sorella, lei l’avrebbe difesa finendo per dirmi la verità.
“Chouzette non è cattiva! – appunto – Lei voleva solo…” Si rese conto di quanto stava per dire e sgranò gli occhioni allarmata.
“Voleva solo?” Insistetti un po’.
“Aiutarmi…” Balbettò abbassando un po’ lo sguardo.
Bè, forse era vero che ero un po’ tonto, ma non così tanto da non aver capito come stavano le cose.
Sorrisi.
“Minerva io ho già deciso di partire e non voglio tornare indietro…”
“Sì, sì, lo so. Ma infatti io… “ M’interruppe con un fiume di parole a cui posi rimedio con un dito sulle labbra morbide.
“… ma puoi sempre venire con me.”
Lei avvampò ancora di più sgranando i suoi splendidi occhi.
“Dici… dici davvero?”
“E’ pericoloso, non posso nascondertelo e partire adesso è impossibile, ma… la prossima settimana attendiamo un carico di pozioni mediche, puoi… sempre raggiungermi… se ti va.”
“E… e … non sarebbe un problema?”
Scossi la testa.
“Assolutamente no! C’è sempre bisogno di buone infermiere e… bè, a me non dispiacerebbe affatto averti come assistente…”
Purtroppo, al momento, non potevo offrirle di più.
Mi regalò comunque un sorriso timidissimo e dolcissimo.
“Allora… farò richiesta e arriverò quanto prima.” Promise in un sussurro.
“Ti aspetterò.” Risposi poggiando un leggero bacio sulla sua fronte.
“Ora è meglio che torniamo da Chouzette. L’ho lasciata a guardarmi la valigia e non credo ne sia molto felice.”
Mi concesse una risata imbarazzata e si lasciò portare per mano fino alla sala d’aspetto.
“Era ora! Ti sembro una da lasciare qui da sola a fare da guarda- bagagli?”
La lasciai sfogare finchè non vide la mia mano attorno a quella di Minerva.
“Uhuuu! Ma finalmente! Era quasi ora che te ne accorgessi!” E via una sequela infinita di rimproveri e accuse su quanto fossi cieco e così via.
Alla fine la chiamata per il mio volo arrivò prima di quanto credessi e, a malincuore, salutai le due ragazze.
“Allora ti aspetto…”
“Sì.” Rispose Minerva arrossendo di nuove.
“Provvederò personalmente a metterla su quell’aereo!” Promise Chouzette.
Le sorrisi e mi diressi verso il terminal.
La mia partenza non era mai stata in dubbio e la mia convinzione non aveva mai vacillato, ma, dopo questo singolare addio, non potevo negare che partivo molto più contento.

GERRITT DALPOZZO

Una perla di Chiaretta e della sua Cheryl su Aleykos:

"...ho captato energie romantiche. Due piccioni con una fava, Charles! Su… dimmi. Quale è la cosa di cui Katharina VonAbendroth ha più bisogno?"
"Un buon balsamo revitalizzante? " azzardò. Reclinai il capo. Il mio fratellino… lui si che aveva occhio!
"A parte quello Charchar… un uomo! E… quale è la cosa di cui quel menagramo dark di Mortover ha più bisogno?"
"Un buon antirughe?" Beh. In effetti… a furia di storcere il naso era già peggio della griglia del sudo-qualcosa la sua faccia!
"No, sciocchino… anche se certo, l'antirughe gli farebbe bene. Mortover ha bisogno di una donna che gliela dia!"
"La crema?" Oh Merlino.


Un'altra versione del mio ragazzaccio:













 
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Bello..brava Drusina!! ^_^ ..una domanda: la persona speciale di Gert, chi è? (ci provo, non si sa mai!! :P )

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"Il cuore è un organo definitivamente stupido...A volte credo che le cose andrebbero meglio se potessimo abbandonarci semplicemente ai nostri istinti,ignorando qualsiasi implicazione emotiva.."
Sagan Kastageer


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Kira Ly Wallace Malcom J. Karakanders


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V anno Corvonero VII anno Tassorosso


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Sempre la solita Tata, è un tipo molto fedele ^^

Una perla di Chiaretta e della sua Cheryl su Aleykos:

"...ho captato energie romantiche. Due piccioni con una fava, Charles! Su… dimmi. Quale è la cosa di cui Katharina VonAbendroth ha più bisogno?"
"Un buon balsamo revitalizzante? " azzardò. Reclinai il capo. Il mio fratellino… lui si che aveva occhio!
"A parte quello Charchar… un uomo! E… quale è la cosa di cui quel menagramo dark di Mortover ha più bisogno?"
"Un buon antirughe?" Beh. In effetti… a furia di storcere il naso era già peggio della griglia del sudo-qualcosa la sua faccia!
"No, sciocchino… anche se certo, l'antirughe gli farebbe bene. Mortover ha bisogno di una donna che gliela dia!"
"La crema?" Oh Merlino.


Un'altra versione del mio ragazzaccio:













 
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Il futuro è di Gert, ma adoro Cross in questa versione ^^
I miei piccoli a confronto...

INSIDIE

Le guardai pensieroso, non c’eravamo proprio. Non potevo lavorare così. Erano troppo immusonite!
“Gert, fa qualcosa!” Le mie creazioni non risaltano in questo modo!” Chouzette piagnucolò al mio orecchio avvolgendomi in una nuvola di profumo fresco, frizzante e … distraente!
“Ehm… sì…” Balbettai incantato.
Lei rispose al mio sguardo, poi, accortasi che mi ero imbambolato, battè impaziente un piedino a terra.
“Gert!”
“Sì!” Mi ripresi e osservai le mie ‘donne’ di oggi: dieci bimbe di otto anni con i vestiti creati da Chouzette. Dieci splendide bambole di porcellana… rigide e imbronciate… Sospirai. Non potevo fotografarle in quel modo.
“Ooooh! Ma che splendide principessine!” Sagan scelse proprio quel momento per entrare con una delle sue mise più strane e Jocelyn sulla spalla. Le bimbe fecero un passo indietro, intimorite e imbarazzate da tante attenzioni.
“Sagan, per favore…” Lo supplicai di allontanarsi ma lui m’ignorò.
“Allora, queste foto?” Ottavia, direttrice della ‘Gazzetta del mago’ saltò fuori dal camino con blocchetto e piuma.
Avevano preso il mio studio per una piazza?
L’inflessibile giornalista ci osservò un attimo.
“Chouzette devo andare in stampa, hai le foto dei tuoi modelli o no?”
La ragazza mi guardò spazientita, quasi fosse colpa mia se si era presentata con due ore di ritardo e non avessimo ancora finito. Io cominciavo, invece, a temere un’esplosione da parte della mia mina vagante. La situazione si faceva terribilmente allettante per lei.
Chouzette iniziò a giustificarsi accusando velatamente il sottoscritto, ma fu sovrastata da Sagan che si era lanciato a salutare la Vireland.
*Adesso esplode…* Era l’unica cosa a cui riuscivo a pensare.
I tre iniziarono a parlare contemporaneamente. Ottavia per sapere delle foto, Chouzette per giustificarsi e Sagan per distrarla.
*Sono sicuro che esplode…*
I toni si alzarono…
*Andata…*
Infatti.
“INSOMMA BASTA! DOVE CREDETE DI ESSERE, AL MERCATO? QUI C’E’ GENTE CHE LAVORA!”
Come previsto la bomba- Adelia era saltata, adesso c’era solo da sperare che non facesse morti. Ovviamente NON in senso lato.
Valutai se intervenire mentre lei buttava tutti fuori con i suoi personalissimi, efficacissimi e tutt’altro che convenzionalissimi, sistemi.
Le bimbe si rifugiarono dietro Becks, la mia seconda assistente.
Adelia sbattè la porta e ci trascinò davanti un mobile.
“Posso farti notare che ci stai sequestrando?” Intervenne la brunetta proteggendo le bimbe.
“E allora? Problemi?” Tuonò l’altra.
Perché doveva essere sempre così rospa? Mi passai una mano sul viso e decisi d’intervenire.
“Buone! – Intimai – Allora, vediamo di finire questo lavoro. Becks tranquillizzale e sistemale per le foto, Adelia, trovami qualche animaletto carino, gattini, coniglietti, cuccioli, insomma, qualcosa che susciti tenerez…”
Il suo sguardo era andato sempre più accigliandosi, tanto che credevo esplodesse di nuovo. Decisi di non farmi intimidire, dopotutto il titolare ero ancora io!
“Trovali! Inventali, trasfigurali, fa come vuoi, ma portali qui!”
In genere con lei le maniere forti funzionavano… Anzi funzionavano solo quelle… Chissà come faceva il marito… Perché era pure sposata… Povero Karakanders…
Qualche attimo dopo una serie di micetti dall’aria tenerona, ma con qualcosa di strano, si facevano beatamente bistrattare dalle bambine. Soddisfatto del risultato iniziai a scattare quante più foto possibili cercando di esaltare i vestiti della mia cliente cogliendo le loro espressioni innocenti e intenerite, i loro sorrisi sinceri e luminosi.
Qualcosa continuava a sembrarmi strano,ma non riuscivo a capire… Forse mi sbagliavo.
“A- Adelia, perché ci sono gatti verdi e viola???” Chiese Becks allarmata. Ecco cosa non andava!
L’altra scosse le spalle.
“Non ho la mia bacchetta e con la tua l’incantesimo non è venuto tanto bene.”
“Che cosa?” Tuonò la brunetta con aria bellicosa.
“Buone! Finiamo!”
Riuscii a fare un buon numero di foto, tra cui alcune che mi erano piaciute molto, nella mezz’ora successiva. Avrei voluto un po’ più di tempo, ma la nostra stilista doveva avere l’orologio rotto e si era presentata tardissimo.
Sperai comunque di aver fatto un buon lavoro. Mi sarebbe spiaciuto far perdere tempo a così tante persone per un’altra seduta, e anche se le mie favolose assistenti mi avrebbero assicurato che non era colpa mia, ci tenevo comunque a fare un ottimo lavoro.
Io m’impegnavo sempre al massimo in qualunque condizione.
Liberai le bambine e i micetti che scoprii essere carta straccia, e lasciai le mie assistenti ai loro bisticci.
Mi chiusi nella camera oscura, un luogo che amavo e in cui amavo stare da solo. Non era a mio uso esclusivo, ma quando la usavo non volevo essere disturbato.
Quando ne uscii scoprii che era quasi ora di cena, le mie due bimbe preferite se n’erano andate, lasciando, Adelia, un caos immane, Becks una quantità infinita di bigliettini a mio uso dove mi riferiva tutte le cose che le erano venute in mente mentre ero impegnato.
Sorrisi pensando a loro e salii nel mio ufficio per recuperare la giacca e tornarmene a casa. Preferivo andare a piedi piuttosto che con la metropolvere, tanto a casa non c’era nessuno e due passi mi avrebbero fatto bene.
Scoprii con sorpresa che il mio proposito doveva attendere, il mio ufficio era occupato…
Blombergen- Evander era comodamente seduto sul divanetto per gli ospiti, le gambe elegantemente accavallate, un braccio morbidamente steso ad altezza spalle; Mallife, invece, era in piedi, o meglio, semi-disteso sulla testata del sofà, il viso malizioso a pochi centimetri da quello dell’altro, che replicava con la stessa espressione consapevole e insidiante.
Questi due erano tremendamente problematici già da soli, ma insieme mi mettevano in uno stato di allarme da rasentare il panico.
“Sembra che il nostro ospite sia arrivato.” Commentò Crosdery alzandosi sinuoso come un serpente. Ancora mi chiedevo come era finito a Grifondoro…
“Scusate il disturbo…” Commentai sarcastico.
“Nessun disturbo – replicò Ciprian, alzandosi elegantemente – Stavamo solo parlando.”
Stavo per chiedere in quale modo stessero 'comunicando' ma mi trattenni.
Il biondo, non senza omettere malizia e sottintesi a profusione, guardò l’altro, che si limitò a cedergli il passo con un gesto della mano e la stessa espressione.
Stavo per sbuffare spazientito, quando finalmente mi fu dato conoscere il motivo della loro presenza lì, quello ufficiale almeno.
“Bene. Gerritt, domenica 26 la mia famiglia festeggerà la trisnonna nonché capostipite ancora vivente della casata. Gradirei… averti al mio servizio per quella data…”
Qualunque doppio, triplo, quadruplo senso potesse essere trovato a quelle parole fu abbondantemente sottolineato dalla voce suadente e melodica del duca.
Mi sorrise, in palese attesa di come mi sarei liberato dalla sua insidia. Dietro di lui, Mallife mi osservava con la stessa aria attenta e maliziosa.
Lanciai un’occhiata al mio calendario degli impegni e purtroppo non ne avevo. Pazienza, in qualche modo me la sarei cavata.
“Per le foto sono sempre disponibile. Non ho impegni per quella data.” Risposi chiarendo che a me interessava solo il lavoro.
Ciprian sorrise lasciando trapelare chissà quali intenti. Evitai di alzare gli occhi al cielo. Sempre così con loro e dovevo ringraziare il fatto che fossero in due e non si coalizzassero, altrimenti non avrei dovuto guardarmi solo dalle loro lingue.
In realtà avevo imparato a trattare con loro e con le loro insidie. Il sistema migliore era stroncare le provocazioni dirette, ignorare le altre e opporsi fermamente quando esageravano.
“Ne sono lieto… Sei atteso per le 9 del mattino nel mio studio privato. Ti spiegherò nel dettaglio … cosa desidero.”
“Porterò le migliori macchine e pellicole.” Ignorare, ignorare, ignorare!
Ciprian annuì, per poi tornare verso il camino.
Si fermò davanti a Crosdery che lo salutò con un cenno della testa.
“Gradirei avervi come ospite al tè di domani, duca Mallife. Accettereste un invito informale?”
“Anche il tè sarà informale?” Chiese l’altro di rimando sorridendo.
“Voi ed io è abbastanza informale?”
“ Posso immaginare anche discorsi informali?”
“Lungi da me porre limiti alla vostra immaginazione.- e ai soliti doppi, tripli e quadrupli sensi, pensai sarcastico.- Vi attendo, allora.” Fu l’ultima affermazione.
“Non mancherò.”
Il metodo dei nobili per dire ‘ti voglio nel mio letto’... Certe cose non le avrei mai capite.
Comunque una delle insidie era andata, mi bastava arginare Mallife ed ero a posto (più o meno, in quanto era molto più deciso, diretto ed audace del mio biondo ex compagno).
Tra l’altro non avevo mai capito perché insistessero con me. Avevo appurato che non mi stavano solo prendendo in giro, anzi, erano ben decisi a portare a termine il loro intento in un modo o nell’altro. Eppure non mi spiegavo perché io: non ero l’unico essere umano al mondo, non ero chissà chi, non avevo caratteristiche o doti particolari… E loro erano nobili titolati e con titoli altisonanti, avevano danaro, posizione, contatti, fascino, cultura e bellezza, avrebbero potuto trascinare nel loro letto chiunque, avrebbero potuto avere molto di più di ciò che io ero e di sicuro avrebbero trovato persone molto più disponibili del sottoscritto a cedere.
“Sarebbe squallido e volgare, ti sembra?”
Mi strappò ai miei pensieri mentre i miei allarmi suonavano pericolosamente: si era avvicinato senza che me ne accorgessi.
“ Cosa?” Chiesi cercando di guadagnare tempo e una via di fuga. Feci per alzarmi dal bordo della scrivania a cui ero appoggiato, ma mi bloccò poggiando le mani sul piano, vicino ai miei fianchi. Ero in trappola.
Cercai di trattenermi dall’essere scortese ed evitai di spingerlo via, sperando che si spostasse da solo. Non lo fece, ma il suo sorriso malizioso si allargò.
“ Usare le parole che avresti usato tu…” mi soffiò delicatamente sul viso, avvolgendomi in un misto di profumi dolci e freschi.
Alzai un sopracciglio, mi leggeva nel pensiero? Prevenne qualsiasi replica.
“Non ne ho bisogno, mi basta leggere la tua faccia…”
Sbuffai, esasperato, e mi mossi deciso a spingerlo via se non avesse ceduto. Rimanemmo un istante a fronteggiarci, poi mi lanciò un ultimo sguardo felino e si ritirò, liberandomi.
Girai attorno alla mia scrivania, recuperando la sedia e facendo un profondo respiro. Mi sentivo più tranquillo con il tavolo tra di noi.
“E’ troppo chiedere a voi due di lasciarmi in pace?” Chiesi quasi ringhiando.
Cross si accucciò incrociando le braccia sul tavolo e appoggiando il mento sulle mani: un gatto che si stava arruffianando, tale e quale.
“Assolutamente sì, tu sei uno dei premi più ambiti.”
“Premio?” E a cosa dovevo questa impagabile ‘fortuna’? E premio di cosa?
“Sì. Io e Ciprian continuavamo a pestarci i piedi... sai l'ambiente e le conoscenze alla fine son quelle, così, per gioco, abbiamo fatto una sfida tra noi. Dato che tu sei uno di quelli più ostici da far cadere, sei anche uno dei più ambiti.” Una logica ferrea, non fosse stato che si trattava del sottoscritto gli avrei quasi dato ragione. Ma trattandosi di me, non volevo/ potevo credere a quello che avevo appena sentito.
“Mi auguro che tu stia scherzando.” Ringhiai, sperando di vederlo sciogliersi in una risata di scherno.
Nessuno meritava di essere trattato così, tantomeno io!
Invece mi sorrise, imperturbabile.
“Assolutamente no. E’ verissimo. Non te la prendere, in fondo è anche colpa tua.” Assicurò rialzandosi.
“MIA?”
Cosa, esattamente, mi stava trattenendo dal tirargli qualcosa?
Sospirò.
“Te lo dissi già una volta a scuola, Capitano: non esiste piacere più impagabile del profanare l’altare sacro a cui hai elevato il tuo corpo. – lo guardai shockato, senza la sicurezza di aver afferrato il suo discorso – Nessuna donna, nessun uomo, nessun flirt, nessun incontro occasionale, niente di niente, un santo! Ma i santi non esistono, sappiamo che sei umano… e crediamo anche che, sotto sotto, non sei così insensibile come vuoi far credere… Vuoi un assaggio di cosa è in grado di immaginare la nostra testa? – si avvicinò di nuovo, sinuoso – dove ci portano i nostri desideri?”
Avrei voluto rispondergli male, dicendogli chiaramente cosa ne pensavo delle loro idee, sfide, discorsi e capricci, ma riuscii a trattenermi.
“A cos’altro devo la tua presenza qui?” Ignorare!
Sorrise, accettando il cambio di discorso.
“Devo restaurare alcuni dipinti nella mia dimora, ma prima di spedirli vorrei delle foto di sicurezza e ho bisogno di qualcuno che riesca a farle senza danneggiare le opere con flash e simili…”
“Posso farlo.” Asserii, non era un lavoro nuovo e ormai avevo imparato bene a trattare le pitture.
“Bene, fatemi sapere quando, preferirei concludere il prima possibile.”
Avrei preferito che fosse il pomeriggio successivo quando lui era da Ciprian, ma avevo già un altro impegno.
“Mercoledì, non ho altri impegni.” Decisi infine. Meglio avere la giornata a disposizione, certi lavori non avevano tempistiche ben definite.
“Va bene. Vieni quando vuoi.”
Si diresse verso il camino e lo accompagnai educatamente, anche se avrei preferito stargli ben lontano.
Prima di andarsene mi lanciò una nuova occhiata, che non mi piacque affatto.
“Cadrete Capitano. – profetizzò – Cadrete anche con noi.”
“Anche?” Balbettai perplesso ignorando il resto del discorso.
Sbuffò divertito.
“Ciprian forse lo ignora, ma io SO che siete GIA’ caduto.” Asserì sparendo un attimo dopo.
Rimasi dubbioso ad osservare la pietra gelida del camino… A cosa si riferiva Mallife? Caduto in che senso? Come aveva detto lui, non risultava nessuno nella mia vita sentimentale. Dubitavo che sapesse leggere nel pensiero senza ricorrere alla legilimanzia, per cui non poteva certo sapere a chi erano votati i miei pensieri.
Sospirai.
Un premio ambito… Sentii la rabbia emergere di nuovo. Avrei dovuto far sapere loro che cosa ne pensavo delle loro idee, sfide e macchinazioni. Che, tra parentesi, evidentemente non gli impedivano di ‘consolarsi’ a vicenda!
Mi riscossi, presi la giacca e me ne tornai a casa. Mi era perfino passata la fame, ma magari sarei riuscito ad obbligarmi a mandare giù un sandwich.
Arrivai al mio appartamento tirando un sospiro di sollievo: finalmente solo e in pace!
Chiusi gli occhi assaporando l’ineguagliabile relax della vita in proprio, ma mi suonò un campanello, c’era qualcosa che non andava.
Li riaprii e sobbalzai trovandomi davanti Luzifer.
“Scusa… - balbettò – non volevo spaventarti…” Abbassò gli occhi.
Scossi la testa, osservandolo attentamente.
“Nessun problema. Ero solo assorto. Qual buon vento?” Chiesi incerto. Non sempre la sua presenza preannunciava vento buono.
“ El ti manda un po’ del suo stufato. Ha sempre paura che tu non mangi per bene.” Mi annunciò indicando un’enorme pentola sul tavolo.
Come al solito ne aveva mandata la dose per un reggimento, ma non dissi niente in proposito; erano i miei migliori amici e dovevo solo essere felice per le loro attenzioni, soprattutto El, da cui avrei meritato di essere se non odiato almeno biasimato, se solo avesse saputo.
“Tua moglie è una cuoca fantastica. Ringraziala da parte mia.” Gli dissi entusiasta mentre mi accingevo ad apparecchiare.
“Puoi farlo tu domenica, sei invitato a pranzo. Senza possibilità di fuga.” Concluse accarezzando Matteo II, il mio gatto.
Risi lanciando un’occhiata al calendario, per il 19 mi dava libero. E mi permetteva di avere un giornata di relax prima di affrontare Ciprian.
“Non ho impegni.” Ammisi.
“Mangi con me?” Chiesi prendendo i piatti.
Scosse la testa assorto.
“Luz? Cos’è successo?”
“I soliti... problemi. Mangia o si raffredda.”
Mandai giù un paio di piatti di carne tenerissima accompagnata da abbondante pane: i sughetti di Elenthin non potevano andare sprecati!
Riordinai con un colpo di bacchetta e misi via il resto per poter restituire subito il contenitore ai miei amici.
Finalmente potevo dedicarmi al mio amico.
“Allora, cosa è successo questa volta?”
“Niente di diverso dalle altre. Mi sento in colpa.”
Luz era un ragazzo eccezionale e, da quello che avevo visto in quegli anni, anche un marito ed un padre eccezionale. L'unico problema che aveva era che nel suo cuore c'erano due persone diverse e non riusciva ad abbandonarne una.
La sua onestà gli impediva di accettare questa cosa e vivere sereno.
“Per cosa?”
Le domande e le risposte erano sempre le stesse, ma sembrava che ne avesse bisogno per sentirsi più tranquillo.
“Perchè mia moglie non è l'unica persona … a cui tengo.”
“Luz...” Iniziai, ma lui mi bloccò.
“Ho fatto una scelta. Anni fa, quando decisi di seguire lei ero convinto e lo sono anche adesso.”
“Bene. Allora dov'è il problema?”
“Perchè non riesco a dimenticarlo?” Sbottò esasperato.
Sospirai.
“Perchè ami entrambi. Accettalo e stop, sai che non lascerai la tua famiglia, ami Elenthin, sei una persona eccezionale, perchè continui a macerarti per questa cosa? Ogni persona ha il suo angolo segreto in fondo al cuore, un posto solo per sé da non condividere. Non c'è niente di male.”
Non sapevo più cosa dirgli. Io per primo sapevo cosa si provava ad amare qualcuno che ci era precluso o a cui ci eravamo preclusi noi stessi.
“E non è tradimento?”
Il nodo era quello.
“Senti Luz, non ti mettere in questi ragionamenti. C'è qualcuno che potrebbe accusarti di qualcosa?”
Gli chiesi spazientito. Mi guardò con un mezzo sorriso.
“Oltre me intendo.” Io non avrei mai mortificato il mio amico, né avrei fatto qualcosa che potesse rovinare il suo matrimonio.
Scosse la testa.
“Allora basta questo. I tuoi pensieri sono solo tuoi. Ho un amico psicologo, mi racconta che capita in praticamente tutte le coppie che uno dei due non sempre pensi all'altro. Mi diceva che è normale, l'essere umano non è monogamo di natura. Tu ami due persone, ne hai scelta una e hai seguito quella scelta, giusto?”
“Sì, ma...”
“Fine. Ti sei comportato meglio di milioni di altre persone. Anzi, direi che il tuo comportamento è stato perfetto. Cosa conservi nel cuore, riguarda solo te.”
“A volte vorrei parlare con lei, ma alla fine soffrirebbe e basta e inizierebbe a tormentarsi con mille domande che non hanno risposta.”
“Sarebbe questo il vero problema. Tranquillizzati e stai sereno. Sei uno dei mariti più innamorati che abbia mai visto, devi essere orgoglioso di questo.”
“Già peccato che siano due le persone che amo tantissimo.”
“C'è chi non ama nessuno. Mi sembra più grave.” Replicai alzandomi.”Un caffè?” Offrii.
“No, adesso vado. Grazie.”
Lo abbracciai forte.
“Appena la gene smette di sposarsi e ho un minuto andiamo a farci un giro da qualche parte.”
Proposi.
“Sebastian vuole che lo porti a pesca.”
Sebastian era il figlio minore di Luz.
“Vada per la pesca allora.”
Acconsentii prima di vederlo sparire nel camino.
Appena la sua figura scomparve avvolta dalle fiamme del camino mi lasciai andare sul divano. Esausto.
Prima o poi sarebbe accaduto qualcosa e tutta quella situazione in apparenza normale sarebbe esplosa in qualcosa di molto brutto. Sperai vivamente di no. Non la ritenevo una cosa così grave, ma se freintesa poteva ferire molte persone.
Mi sentivo inquieto e la dipartita di Luz non aveva minimamente contribuito a tranquillizzarmi. Persisteva quella sensazione strana che avevo da quando ero tornato a casa. Un allarme, un pericolo, come se avessi una spada di Damocle sulla testa, come se…
Afferrai la bacchetta alzandomi di scatto. Prima con la presenza di Luz non me n’ero reso conto, ma adesso lo percepivo chiaramente: c’era qualcun’altro, in quella stanza. Qualcuno molto abile, dal momento che era riuscito ad evitare tutti gli incantesimi antiintrusione (pochissimi per la verità, il minimo per tutelare un briciolo di privacy, per il resto ritenevo che in casa mia non ci fosse niente che valesse la pena di essere rubato).
“Vieni fuori…”
Chiunque fosse doveva aver visto e sentito e mi augurai che si trattasse solo di un ladruncolo, del classico ladro di polli a cui non poteva fregare di meno dei problemi del mio amico.
“Che paura, Capitano.”
Mi sentii gelare: Mallife.
La sua testa emerse a mezz’aria. Un mantello dell’invisibilità, ecco come aveva evitato l’incantesimo anti-disillusione: era semplicemente entrato dalla porta assieme a me.
Sorrise, trionfante, consapevole. Della sua forza, della sua vittoria.
“Non credevo fossi in grado di arrivare a tanto.” La voce quasi mi tremava per la rabbia.
Lui si concesse una risata divertita.
“No? Eppure tu per primo mi hai detto che sono un essere senza morale e senza regole, tu stesso mi hai accusato di essere capace di tutto, di essere un nobile ragazzino viziato che fa di tutto per ottenere quello che vuole… Esatto Gerritt, io non ho morale, non ho pudore, non ho rispetto… M’interessa solo averti in mio potere, il come non è che un dettaglio.”
Si avvicinò, suadente. Non sapevo se averne più rabbia o paura.
“Perché ce l’hai con me?”
Non potevo credere che fosse solo per quella ridicola scommessa con Ciprian, che fosse davvero solo un capriccio.
Mi sorrise avvicinandosi e intrappolandomi tra sé e il divano.
“Sono molto determinato a vincere…”
“No. Non è solo quello, vero?” Cercai di sostenere il suo sguardo deciso.
“Mi disprezzi, no Capitano? – mi sorrise cattivo – Leggo il tuo disprezzo negli occhi, il tuo giudizio altezzoso, il continuo paragonarmi a lui… Perché, in fondo, è questo che non hai mai tollerato di me no? Che io non fossi come Andreas. Che il fratellino del tuo idolo non gli somigliasse neanche un po’. E anche adesso è così. Il mio comportamento non fa che infangare la reputazione del tuo amato eroe e mi detesti.”
“Ti disprezzo perché sei falso, bugiardo, manipolatore, infido e quant’altro. – esplosi – E il tuo comportamento oggi non fa che confermare la mia idea.” Ero stanco di nascondermi dietro all’educazione e alle buone maniere, che lui aveva, tra l’altro, calpestato.
Il sorriso non l’abbandonò.
“Da che pulpito… Bene… Questo non farà che aumentare la mia soddisfazione nell’averti.- sibilò – Sai, Alec dice sempre una cosa molto giusta: ogni cosa, ogni essere umano, ha un suo valore e un suo prezzo…”
La spada di Damocle sulla mia testa oscillò pericolosamente.
“Dimmi, quanto vale il matrimonio di Deluna, Capitano? Più o meno del tuo corpo?”
La spada venne giù.


Gerritt Dalpozzo.

Una perla di Chiaretta e della sua Cheryl su Aleykos:

"...ho captato energie romantiche. Due piccioni con una fava, Charles! Su… dimmi. Quale è la cosa di cui Katharina VonAbendroth ha più bisogno?"
"Un buon balsamo revitalizzante? " azzardò. Reclinai il capo. Il mio fratellino… lui si che aveva occhio!
"A parte quello Charchar… un uomo! E… quale è la cosa di cui quel menagramo dark di Mortover ha più bisogno?"
"Un buon antirughe?" Beh. In effetti… a furia di storcere il naso era già peggio della griglia del sudo-qualcosa la sua faccia!
"No, sciocchino… anche se certo, l'antirughe gli farebbe bene. Mortover ha bisogno di una donna che gliela dia!"
"La crema?" Oh Merlino.


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kuro neko-chan

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Woooow! Ci piace ci piace.
Sia a me che al ritsu dru..
Ci piace molto ^^

compliments

..micino blackmalfoy divino...
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..con il collarino verde con il campanellino...






From GDR Hogwarts_Hot - i miei pucitti:

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Ritsuka Hiwatari, V anno, Corvonero

CITAZIONE
Indo Lumnerikk (a Ritsuka): te dovevi farmi da cercatoreeeeeeeeeee!!!!!! mica cacciatore!!!!!! sei piccolo agile e ti piacciono le palline!!!!!! (!)

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Ermes Melfitios, VII anno, serpeverde

CITAZIONE
..ma Rose è Rose...chi tocca le sue proprietà deve pagare..[..]..
Rose (a Ermes): non saprei...ti vedrei bene appeso a un gancio, col corpo rigato dal sangue delle frustate...
a certi individui il dolore dona immensamente....
capelli argentei...pelle bianca...rivoli di sangue... occhi grigio-oro socchiusi nella sofferenza...
potrebbe essere molto, molto eccitante...
[per offrire a Rose un nuovo passatempo]

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Rikku Maldith Dagerin, VI anno, serpeverde

CITAZIONE
Rikku: Ora bisognerebbe sapere se la barzelletta compresa di battuta è applicabile al figlio quanto al padre..eheh
Marcus E. Hanekom: Certe cose si possono anche intravedere ... poi per il resto si usa l'immaginazione..anche se, secondo me, non ce ne vuole molta...
Rikku: Non è mia abitudine guardarti in quel posto Hanekom...e affidarmi all'immaginazione potrebbe illudermi..io detesto illudermi..*sorriso maligno*
Marcus: Beh, quando eravamo a giocare per terra l'altro giorno, ti posso assicurare che non era un coniglio quello che avevo in tasca...

 
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