Ancora Cross, lo so, ma ieri ero triste e depressa, la giornata è finita in maniera pessima e come sempre lui è il mio piccolo capro espiatorio.
Per la verità avevo ideato una cosa completamente diversa, ma che proprio non c'incastra niente con questa, solo che, scrivendo, ha preso una strada tutta sua ed è finito così. Tra l'altro penso che sia anche bruttino come racconto, magari leggetevelo in periodi di alta carenza post.
Precisazione: quando Cross dice 'ho difeso il mio amore' intendono i sentimenti, non la persona amata.
E mi scuso con Costy per aver coinvolto un suo pg: giuro non ce l'ho con loro. E' stato un caso ^^
HO DIFESO IL MIO AMORE
“Sì, per me non ci sono problemi, - risposi piatto – vengo volentieri Kast.”
Il mio amico, ormai da una vita, stava facendo l’ennesimo tentativo per tirarmi fuori di casa e farmi tornare a fare vita mondana. Avevo chiuso con quelle cose, ma avevo accettato il suo invito per un tè l’indomani.
“Certo potresti anche fingere un po’ più di entusiasmo…” Mi rimproverò lui sbuffando. Sospirai.
“Sai benissimo che…” Non mi lasciò finire.
“ Sei tu a non sapere che ormai quella storia è morta e sepolta!”
Sapevo che era solo una bugia detta per convincermi. La verità era che quella storia non sarebbe stata dimenticata mai. La storia di come io avessi trascinato la mia famiglia nella vergogna e di come mio fratello Alec aveva cercato di porvi rimedio togliendomi dalla faccia della terra.
Se non ci era riuscito e potevo vivere recluso in quel castello, era solo merito di Andreas. Ancora oggi non sapevo se essergliene grato oppure no.
Non ero un prigioniero, almeno non ufficialmente, ma la verità era che almeno all’inizio, mi avevano consigliato di farmi vedere poco in giro, poi era divenuta una cosa volontaria, un po’ perché ovunque andassi facevo il vuoto intorno, un po’ perché ero io il primo a non voler vedere gente.
Il biasimo, la disapprovazione, la ripugnanza, gli sguardi schifati delle persone arroccate dietro il loro falso perbenismo e moralismo, mi davano la nausea.
Io non potevo evitare di fare ciò che avevo fatto e, alla fine, ero quello che aveva sofferto più di tutti, ma questo al mondo non importava…
Sparito Sagan dal camino, girovagai un po’ per la sala deserta, prima di sprofondare in poltrona.
Passavo le mie giornate così, da solo, esiliato ed ignorato da tutti. Amavo di più la notte. Solo il calar del sole mi era di beneficio.
Sospirai mentre un tuono rotolava vicinissimo. Ormai le tenebre erano giunte anche per quel giorno. Potevo iniziare ad essere felice e a prepararmi.
Uno schianto secco proveniente dal giardino mi fece temere che un fulmine avesse colpito uno degli alberi.
Raggiunsi una delle finestre dell’atrio e guardai fuori, ma l’oscurità e la pioggia scrosciante impedivano di vedere ad un palmo dal vetro. Mi scostai sperando che non si fossero verificati troppi danni. Il giardino era il mio momentaneo passatempo, mi sarebbe spiaciuto se si fosse rovinato.
Ero quasi giunto alla sala per una cena frugale quando squillò il campanello.
Rimasi per un momento pietrificato: mai, in 10 anni, quel campanello aveva suonato. Alec aveva reso la dimora irraggiungibile se non con un incantesimo speciale che solo lui e Andreas avevano e se qualcuno dei miei amici voleva venire a trovarmi, doveva usare metropolvere o passaporte.
Potete quindi immaginare la mia assoluta sorpresa nel ritrovarmi con un visitatore fuori dalla porta. Oltretutto, non fuori dal cancello, ma proprio della porta, il che equivaleva a dire che aveva attraversato un bel tratto di strada sotto quel diluvio senza nessun riparo e superando gli incantesimi anti invasione.
Mi riscossi per andare ad aprire. Quant’anche fossero stati dei malintenzionati non mi sarebbe importato. Vivere o morire non contava più.
“Chi è?” Chiesi con voce ferma e pacata.
“Sono il marchese Johannes Christoph De Serpos. Un fulmine ha colpito la mia carrozza e…“
Non gli lasciai il tempo di finire, sorpreso per quel nome inaspettato, aprii la porta cercando di cogliere le sue reazioni alla mia comparsa.
“Marchese De Serpos, che inaspettata visita…” Sorrisi ironico.
Lui rimase un po’ sconcertato, mentre la pioggia continuava a molestare la sua persona e a scendere in grossi rivoli lungo i suoi abiti.
Dalla sua espressione capii che non mi aveva riconosciuto, ma aveva capito di conoscermi e stava cercando nella memoria a quale nome corrispondesse il mio volto.
Lo invitai ad entrare e avanzò lentamente, come se temesse un attacco. Chiusi la porta senza perderlo di vista e in quel momento riuscì a fare il collegamento.
Notai un leggerissimo sussulto e le sue pupille dilatarsi per la sorpresa, ma nient’altro trapelò dal suo comportamento impeccabile.
“Via, sono sicuro che non vi rimarrà nessun marchio infame dopo quest’incontro. Basterà che non ne parliate e vedrete che nessuno avrà da biasimarvi.” Ironizzai asciugandogli i vestiti con un colpo di bacchetta.
“Qualunque cosa…” Attaccò la sua replica, che immaginai logica, coerente e tesa a salvare la situazione.
Alzai una mano per fermarlo.
“Risparmiatemi spiegazioni inutili, so benissimo qual è il vostro pensiero su di me. Ora, visto che la vostra orribile e ingrata stella vi ha portato fino a me, ditemi cosa è accaduto e cosa… desiderate.” Conclusi, incerto su quale termine usare per indicare cosa volesse da me.
“Un fulmine ha colpito malamente la mia carrozza, non riesco a ripararla con il buio e con la pioggia. L’ho abbandonata sul ciglio della strada e mi sono permesso di far rifugiare i thestral sotto una tettoia lì vicino. Volevo chiedere…” Sembrò in difficoltà.
“Ospitalità- conclusi per lui. – ma trattandosi di me, ritenete che un aiuto sia più che sufficiente, vero?”
Insinuai con un sorriso freddo.
“Credo che mi abbiate ampiamente fatto intendere di non essere un ospite gradito.” Mi rispose lui rigirando il problema dalla mia parte.
M’irrigidii e abbandonai qualunque aria insinuante.
“Sono un duca, - gli ricordai sottolineando il peso del mio titolo rispetto al suo – e conosco perfettamente i doveri di ospitalità e di asilo, soprattutto in una notte come questa, ma ritengo che non ci sia alcun bisogno di smancerie ipocrite e false quando, fino a ieri, era palese che nutrivate nei miei confronti alto disprezzo e poco più. Permettetemi di evitare di fingere che tra noi vi sia profonda amicizia. Sarete mio ospite questa sera e questa notte e potrete star tranquillo che niente e nessuno turberà la vostra persona. Domani mattina sistemeremo la vostra carrozza e potrete ripartire e dimenticare questa terribile avventura. Adesso seguitemi.” Dichiarai senza attendere risposta, personalmente non ritenevo ce ne fossero.
“Vi ringrazio.” Fu tutto quello che era necessario dire.
Mostrai a Johannes la stanza degli ospiti e la stanza da bagno annessa.
“Quando avete fatto potete scendere, tra poco sarà servita la cena. Se temete per voi, queste sono le chiavi delle porte, potete chiudervi dentro.” Ripresi il mio tono insinuante.
“Sono sicuro che non ce ne sarà bisogno. Non credo che verrete meno ai vostri… doveri di ospitalità.” Rispose freddissimo. Gli sorrisi.
“Se non avete domande, vi lascio alle vostre cose.”
Ero certo che non avesse bisogno di niente.
“Una domanda… dove conduce quella porta?” Mi chiese indicando l’unica apertura della stanza che non gli avevo mostrato.
Sbuffai divertito.
“Nelle mie stanze… avete la chiave…”
Non aggiunsi né ‘per chiudere’ né ‘per entrare’, preferendo lasciare il tutto leggermente in sospeso.
Ignorò qualunque velata provocazione e annuì impassibile.
Uscii, pensando che qualche anno prima… o forse, molti anni prima, avrei fatto di tutto per far crollare quell’aria insensibile e indifferente. Adesso non m’importava più.
Tornai al piano di sotto e chiesi all’elfo di preparare una cena decorosa e degna del nostro ospite e mi ritirai sul divano della sala.
Potevo vedere il momento in cui fosse sceso e avrei potuto raggiungerlo per tenergli compagnia come educazione richiedeva.
Attesi, come mi aspettavo, solo pochi minuti prima di dovermi rialzare.
“Noto che gli abiti sono della vostra misura – constatai comparendogli alle spalle e facendolo trasalire – Per domani mattina potrete riavere i vostri in ottime condizioni.” Gli assicurai.
Lo condussi in sala da pranzo invitandolo a sedere.
“Voi non mangiate?” Chiese osservando il suo solo coperto.
“Sono a posto, vi ringrazio.” Risposi sedendomi a distanza conveniente. Già non avevo fame prima, adesso mi era passata totalmente.
Sapevo che spettava a me dare il via alla conversazione, ma onestamente non mi veniva in mente niente che potesse intrattenere il mio ospite.
Stavo perdendo l’abitudine a parlare con altre persone. Sagan me lo avrebbe fatto pesare come un macigno.
Fu lui a rompere il silenzio.
“Non nascondo che la vostra… vicenda, non abbia riscontrato i miei favori, ma vorrei precisare che mi attribuite sentimenti esagerati nei vostri confronti.”
Annuii.
“Va bene, ve ne chiedo scusa.”
“E la vostra ospitalità è ottima.”
“A parte la mia presenza.” Conclusi con un mezzo sorriso.
“Non mettetemi in bocca cose che non ho detto.” Annuii di nuovo.
Invitai il mio ospite a prendere il caffè in biblioteca e stavolta mi unii a lui.
“Ah, marchese, se avete necessità particolari per la notte vi prego di comunicarmele prima, il mio elfo lascerà la casa tra un’ora circa.” Lo avvertii.
“Necessità particolari?” Mi guardò perplesso.
“Tipo prendere il tè alle tre di notte, cose simili per cui potete aver bisogno di un elfo.” Spiegai sotto il suo sguardo perplesso.
“Nessuna necessità grazie.”
Riportai il via libera all’elfo e tornai al mio ospite.
“Rimanete solo qui?” Mi chiese indicando l’intero castello.
“Sì.” Per la verità non era proprio così, ma andava bene lo stesso.
Sembrò colpito.
“Non temete che possa accadervi qualcosa?”
“Se mi accadesse qualcosa forse sarebbe un bene.” Replicai freddo.
“Siete davvero pessimista…” Commentò pensieroso.
“Non dovrei? – gli chiesi onestamente – Quale altra ragione ho per non desiderare di morire?”
“La vita continua, anche quando le persone che ci sono care se ne vanno.”
L’aveva mandato Sagan a tradimento?
“Io non ho perso una persona cara! – ringhiai – Io ho perso l’unica persona che amavo e che potevo amare! Non ha senso che continui a rimanere qui.”
Sapevo che anche nella sua vita c’era stata una perdita importante e il mio discorso dovette pungerlo sul vivo perché s’irrigidì e replicò freddamente
“Dal vostro comportamento non lo si sarebbe detto.”
Mi alzai furioso ma lui sostenne il mio sguardo.
“Dal mio comportamento? Dal vostro più che altro! Cos’avete fatto marchese, quando avete perso la persona che amavate? Avete finto che fosse solo un vostro caro amico! Come tutti gli altri che professano grandi sentimenti, in realtà nel momento del bisogno avete glissato e da bravi ipocriti quali siete tutti, nascondete quello che vi fa schifo sotto il tappeto. Fingete amicizia e rapporti di convenienza per non dar voce alle malelingue, per non avere problemi e mantenere quell’aria di rettitudine che tanto preme al mondo, mentre invece…”
“Si chiama tutelare la persona che si ama.” M’interruppe alzandosi.
“Si chiama RINNEGARE la persona che si ama! Anche io sono concorde nel mantenere le cose segrete, ma fingere o mentire solo per salvare le apparenze… Se uno di noi due l’avesse fatto, ci avrebbe inflitto una ferita che nessuno scandalo poteva egualiare.”
“E cosa avete fatto, invece?” Mi chiese sprezzante e insinuante cercando di farmi ammettere chissà quale colpa.
“HO DIFESO IL MIO AMORE! – replicai irato – E la felicità della persona che amo. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per questo unico motivo. – il mio tono si addolcì.- Sapevo che andavo incontro all’ira e al disgusto dei miei fratelli e del resto del mondo; sapevo che saremmo stati condannati, che il mio cognome ne sarebbe stato infangato e tutto il resto, ma ho deciso di … abbiamo deciso di andare avanti. Essere rinnegati dalla persona che si ama era una cosa che non avremmo mai sopportato. E non lo sopporterei neanche ora. Preferisco vivere qui da solo, preferisco sentire il biasimo di perfetti sconosciuti, piuttosto che guardarmi allo specchio e vergognarmi di me. Vivo da solo perché sono io, ad avere il voltastomaco quando qualcuno mi si avvicina, con le sue ipocrisie e falsità. Tutti che cercano di redimermi, di farmi dire che ho sbagliato, che sono pentito… Non ho sbagliato, non sono pentito. Ho difeso il nostro amore e la sua felicità e continuo a farlo. E lo farò sempre.”
Riposi la tazza sul vassoio e magicamente sparì. De Serpos m’imitò, silenzioso.
“Non volevo mancarvi di rispetto.” Concluse infine. Probabilmente il mio discorso lo aveva colpito e gli aveva offerto un punto di vista diverso da quello che aveva sempre osservato. Forse se avessi fatto quello stesso discorso a tanti altri, anni prima, le cose sarebbero state diverse. Ma non m’importava, non dovevo né difendermi né giustificarmi.
“Lo so. Non è colpa vostra. Andiamo a letto, domani ripartirete e tutto questo diventerà come il ricordo di un brutto sogno.” Gli assicurai.
Lo accompagnai nella sua stanza, gli augurai una buona notte e mi ritirai.
Era passata la mezzanotte, la tempesta imperversava ancora. Avevo perso il momento e l’occasione. Sospirai, non era colpa del mio ospite, non poteva saperlo.
..
Avvolto nelle morbide coperte del grande letto, il marchese non riusciva a prendere sonno. Si sentiva inquieto e non solo per l’ospite che lo aveva accolto o per il discorso che avevano fatto, c’era qualcos’altro.
Si rigirò per l’ennesima volta e notò come, un suo preziosissimo ciondolo, stesse levitando a mezz’aria, diretto verso la porta che separava la sua stanza da quella del duca.
Perplesso ed irritato insieme, scese per recuperare il prezioso orpello, ma prima che potesse raggiungerlo, volò dentro l’altra stanza.
Rimase titubante e indeciso: la porta si era silenziosamente aperta e lui era sicuro di non essersi sbagliato in ciò che aveva visto. Ma entrare così nella camera da letto di qualcun altro?
Possibile che Mallife gli stesse facendo uno scherzo così infantile?
La sospinse leggermente, aspettandosi una risata di scherno e un commento, ma non accadde.
Prese coraggio e s’inoltrò nella camera da letto: quel ciondolo era troppo importante perché potesse farselo portare via in maniera tanto stupida.
Rimase stupito notando che il duca dormiva, la collana continuava a levitare sopra al suo letto. Si avvicinò e in quel mentre una luce bianca si andò addensando sotto e dietro l’oggetto, fino a raggiungere l’aspetto di una figura umana.
Una figura che aveva visto pochissime volte da viva, ma che, dalle foto presenti nella stanza, indovinò essere l’amore che il padrone di casa tanto aveva difeso.
“Spero perdonerete il modo tanto barbaro con cui vi ho attirato qui e che perdonerete a lui la mancata promessa di non essere importunato da alcuno.- disse la figura dolcemente – Non voglio uscire dalla casa, né lasciarlo in questi ultimi minuti.”
“Ultimi minuti?” Chiese il marchese perplesso.
La figura sorrise.
“Non sono un fantasma, relegato in eterno nella sua condizione. Sono la mia memoria e permango in questa terra grazie al suo amore e alla mia volontà. Ma ormai sono debole e presto dovrò lasciarlo.”
L’uomo non sapeva come replicare a quell’affermazione e si limitò ad annuire in silenzio.
“Non è bellissimo?” Commentò la figura sfiorando i capelli dell’addormentato. La dolcezza che trapelava da quel gesto lo colpì quasi con dolore.
“Perché mi avete attirato qui?” Chiese per porre fine a quell’incontro.
La figura sorrise.
“Per affidarvelo.” Rispose quieta.
“A me? “ Chiese stupito. Non avevano appena discusso?
“Siete il più adatto. Avete ascoltato e, quel che è più importante, avete capito. Non posso lasciarlo a soffrire da solo per tutta la vita e i momenti in cui possiamo stare assieme sono sempre più rari e più brevi.”
“Ha altri amici, noi non siamo in buoni rapporti, lo avrete sentito.”
“Sono 10 anni, che cerco la persona più adatta e voi lo siete. Sono sicuro che saprete essere la presenza costante e silenziosa di cui ha bisogno.”
Il marchese sospirò.
“Mi lusinga la vostra scelta, ma perché dovrei farlo? E soprattutto, perché lui dovrebbe accettare?” Aveva dichiarato poco prima che desiderava vivere da solo.
La figura non si scompose.
“Preferisce vivere da solo perché nessuno vuol stare con lui… e voi avete bisogno della stessa cosa. Lui sostiene che ne avete bisogno.” Chiarì.
“Lui chi?” Chiese incerto, timoroso della risposta.
La figura ne sembrò ferita.
“Avete bisogno del nome?”
Non poteva essere vero, la figura stava mentendo per farlo cedere.
Prima che potesse replicare, dall’immagine provennero alcune parole, una frase pronunciata in gran segreto molti anni prima. Fu come una lama che gli trapassasse il petto. Ormai non restavano più dubbi, nell’aldilà si erano incontrati.
“E’ qui?” Chiese con un briciolo di speranza.
La figura scosse la testa.
“Era troppo debole. Ma vi osserva sempre.” Lo rassicurò.
Johannes si avvicinò al letto, sembrava che il duca non fosse minimamente consapevole di cosa avvenisse intorno a lui.
“Mi detesta.” Ripetè.
“Così non me lo porterete via.” Replicò quieta la figura “E sarete un buono stimolo per farlo andare avanti.”
“E se io non volessi?”
“Lo volete.” Gli assicurò.
“No.”
“Dovreste essere più sincero. Se fosse come dite voi non avreste ascoltato, non vi sareste fermato.”
“Semplice curiosità.”
“Che dovete finire di soddisfare.”
Lo guardò furente. Viva o morta, la figura era comunque insopportabile.
“Potrei andarmene e non dire niente.” Gli ricordò.
“Lo direte.”
Si stava irritando davvero e non era disposto a cedere. Non aveva senso: doveva occuparsi di qualcuno che il mondo disprezzava solo perché glielo chiedeva un fantasma o quello che era?
“Non lo farà. Ve l’ho detto, mi disprezza, per cui non vedo perché insistete tanto”
Questo lo faceva sentire al sicuro.
“Perché anche io difendo il mio amore e la sua felicità.”
“Non avete paura che s’innamori di qualcun altro e vi dimentichi?” Era l’ultimo tentativo che gli veniva in mente.
“Se accadesse, sarei felice di lasciarglielo fino alla fine dei suoi giorni. Ve l’ho detto, voglio la sua felicità.”
“E avete anche detto che siete contento di affidarlo a me perché così non ve lo porterò via.” Gli ricordò, lieto di cogliere in fallo quella nuvola fredda e parlante.
“L’amore dopo la morte assume connotazioni sfumate e vaghe. Quando morirà tornerà da me, ma nel frattempo, se troverà ancora un po’ di felicità vicino a qualcuno non potrò che esserne contento. Il mio commento di prima era solo per chiarire che non voglio che siate il mio sostituto. Non vi sto chiedendo di prendere il mio posto, né voglio che lo facciate.”
La figura aveva un pensiero contorto, ma pensò di aver capito.
Il ciondolo levitò fino a lui per poi adagiarsi sulla sua mano tesa.
“Vi ringrazio.” Concluse la figura prima di chinarsi a baciare il dormiente e sparire.
Il marchese rimase per un momento indeciso se voltarsi oppure no, ma alla fine non potè non rimanere incantato dalla dolcezza e dal calore che la figura emanava in quel gesto semplice.
Avvertì l’oscurità attorno a sé, il freddo pavimento sotto i suoi piedi nudi e si affrettò a ritornare nella propria stanza. Forse era stato solo un sogno.
…
La mattina dopo mi svegliai ancora a terra per il mancato incontro della sera prima.
Quando scesi in basso, De Serpos era immobile davanti alle grandi vetrate che davano sul giardino. Il sole splendeva con rinnovata forza e le gocce di pioggia rifrangevano la luce in milioni di cristalli che decoravano la stanza.
“Mi spiace avervi fatto attendere.” Mi scusai.
Lui scosse la testa.
“Avete un giardino magnifico. Alcuni scorci sembrano dei quadri.”
Non capivo il perché di tali lusinghe, ma forse, semplicemente, lo pensava.
Mi avvicinai e sorrisi.
“Vi ringrazio. E’ il mio attuale passatempo.”
La mia affermazione sembrò stupirlo.
“E’ opera vostra?” Chiese perplesso. Annuii aprendo il portone.
“Pochi minuti e sarà pronta la colazione. Intanto potremmo constatare lo stato della vostra carrozza e vedere il giardino.” Proposi, certo che non vedesse l’ora di lasciare la mia dimora.
Il tragitto attraverso il parco richiese poco tempo, ma il mio ospite sembrò gradire immensamente la scelta delle piante e la loro disposizione.
Giungemmo al cancello, ermeticamente chiuso come era sempre stato. Osservai i due thestral all’interno e la sagoma della carrozza all’esterno.
Era dalla sera prima che quella domanda mi ronzava in testa, ma non ero riuscito a formularla senza risultare sgradevole.
“Come siete entrato?” Chiesi in quel momento, incapace di trattenermi oltre.
“Il cancello era aperto.” Affermò lui leggermente perplesso, non potendo non notare che adesso, invece, era chiuso.
Corrugai la fronte.
“Come siete arrivato qui, in generale?” Chiesi ancora più allarmato. “Questo posto è introvabile, irriproducibile su carte e mappe e nascosto al mondo. Solo i miei fratelli possono arrivare qui dalla strada. Come avete fatto ad arrivare voi?”
Lui scosse la testa, ignorando la risposta.
“Stavo tornando a casa. Non so come sono arrivato qui. Un fulmine ha colpito la mia carrozza, che è sbandata. Sono riuscito a farla trascinare dai thestral fino all’ingresso e ho messo loro al riparo.”
Lo guardai scettico. Lui alzò un sopracciglio infastidito dalla mia mancanza di fiducia.
“La vostra carrozza è a posto.” Gliela indicai: non presentava neanche un graffio.
Avrebbe protestato, se non avesse visto con i suoi occhi che le mie affermazioni erano vere. Si rendeva perfettamente conto che i fatti non collimavano, per quanto potesse insistere.
“Il fantasma… “mormorò tra sé. Ma udii, e divenni di ghiaccio.
“Come avete detto?”
Lui sembrò allarmato, ma si ricompose.
“Questa notte ho avuto un incontro con… il suo fantasma. Da quello che ha detto credo che sia opera sua…”
Aveva parlato con lui? Perché non con me? Perché non mi aveva svegliato? Perché non mi aveva atteso?
Mi sentii offeso e fui pervaso dall’enorme voglia di sbattere fuor di casa De Serpos, thestral e quant’altro.
La mia rabbia dovette leggermisi in viso perché continuò con le spiegazioni.
“Affidarmi a voi?” Ripetei attonito quando arrivò a quel punto.
“Sostiene che … sono adatto. Ho ripetuto più volte che non è così, che non ci avreste creduto e quant’altro, ma quello … spirito, sembrava così sicuro.”
“Adatto…- ripetei ironico – Forse non gli sono chiari i vostri sentimenti nei miei confronti.”
Come poteva ‘affidarmi’ a qualcuno che mi detestava? Se si fosse trattato di un amico avrei potuto capire e sforzarmi, ma lui…
“Vi ripeto che mi dipingete peggiore di quello che non sono.” Sottolineò risentito.
Scossi la testa.
“Non credo che mi consideriate un grane amico, se non sbaglio.”
“No, ma… sono sicuro che siete migliore di tante altre persone.”
Mi chiesi quanto gli costasse ammetterlo.
“Anche se fosse così, perché mai avrebbe organizzato tutto questo?”
“Credo perché vuole che continuiate a vivere.”
Mi spiegò con una sfumatura più dolce.
“Con voi?” Gli chiesi perplesso. Da quando in qua i morti disponevano per i vivi?
“No. Mi ha chiesto di restarti vicino non di diventare chissà cosa per te.”
“Perché dovrei accettare una simile imposizione?”
Scosse le spalle.
“Posso solo dirvi che, di tutte le predizioni che ha fatto, per ora non ce n’è una che non si sia avverata.”
“Predizioni?”
“Ha detto che avrei parlato del mio incontro nonostante avessi minacciato di non farlo, ha detto che potevamo stare vicini e comincio a pensare che sia possibile e… bè, per ora nient’altro. Ma vuole che siate felice ancora prima di morire. Ha detto che quando morirete vi riprenderà, ma che in vita dovrete essere felice e amare ancora.”
“Non direbbe mai una cosa simile.”
Questo chiudeva ogni discussione.
“Sì invece. HA detto che i morti hanno una percezione diversa dell’amore e ha anche detto ‘anche io difendo il nostro amore e la sua felicità’, cioè vostra.”
Non replicai. Mi sentivo svuotato. Quello era un addio e mi sentii come se stesse morendo un’altra volta. Sapevo che sarebbe accaduto, me lo aveva preannunciato, am speravo che si sbagliasse. Forse ci saremmo rivisti, ma i nostri incontri erano ormai contati. Dovevo vivere il resto della vita da solo…
“Duca…”
“Scusatemi. – mormorai – Non sentitevi obbligato dalle parole di uno spirito. Ora, avete fretta di ripartire o avete tempo per la colazione?”
Immaginai che tutta quella storia dovesse sembrargli assurda e allucinante e che non vedesse l’ora di allontanarsi per sempre da casa mia.
“Non ho così fretta…”
Rispose sorprendendomi.
Non lasciai trapelare le mie emozioni e lo precedetti in casa.
“Vi ripeto che non dovete sentirvi in obbligo nei miei confronti.”
“Non lo sono.” Mi assicurò.
Mi voltai a guardarlo mentre salivo i gradini dell’ingresso. Sostenne il mio sguardo, era sincero.
Proseguii per la sala da pranzo.
“Ho solo biscotti e cornetti, non mangio molto, ma … se avete dieci minuti posso cucinare qualcosa di più.”
Era una vita che non cucinavo per qualcuno. Amavo farlo, ma per me solo diveniva deprimente.
Mi concesse un sorriso.
“Ho dieci minuti.” Rispose.
Crosdery Mallife
Una perla di Chiaretta e della sua Cheryl su Aleykos:
"...ho captato energie romantiche. Due piccioni con una fava, Charles! Su… dimmi. Quale è la cosa di cui Katharina VonAbendroth ha più bisogno?"
"Un buon balsamo revitalizzante? " azzardò. Reclinai il capo. Il mio fratellino… lui si che aveva occhio!
"A parte quello Charchar… un uomo! E… quale è la cosa di cui quel menagramo dark di Mortover ha più bisogno?"
"Un buon antirughe?" Beh. In effetti… a furia di storcere il naso era già peggio della griglia del sudo-qualcosa la sua faccia!
"No, sciocchino… anche se certo, l'antirughe gli farebbe bene. Mortover ha bisogno di una donna che gliela dia!"
"La crema?" Oh Merlino.
Un'altra versione del mio ragazzaccio: